Storia dei comuni
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Questo piccolo comune deve la sua origine alla presenza dei frati benedettini che risultano residenti sul suo territorio, sin dalla prima metà del terzo secolo.
Acquacanina, fu dunque, un feudo benedettino insediato nel monastero di San Salvatore di Rio sacro.
Presso la gola del Furlo il bizantino Narsete sconfisse il goto Totila. Pare quindi che il centro pesarese abbia preso il nome da quella battaglia; dalla romana Pitinum Mergens, ribattezzata Acquabattaglia da cui Acqualagna.
Tutta la zona ha grande fama storica per i grandiosi lavori che etruschi prima, e consoli di imperatori romani vi fecero (muraglioni, tagli di roccia e gallerie) e per essere stata teatro di famose battaglie. A breve distanza da Furlo sorge l’abbazia di San Vincenzo (detta di Petra Pertusa), preziosa opera di stile romano del sesto secolo, probabilmente vittima della persecuzione di Diocleziano. Le reliquie del santo vennero poste nella vicina basilica pre-romanica ceduta poi dai Benedettini ai Camaldolesi. Trasportata a Metz per volere del vescovo Deodorino, vennero disperse durante la rivoluzione francese. La mancanza delle reliquie accelerò la decadenza dell’abbazia.
Acquasanta Terme, centro premontano, deve il proprio nome alla frequenza nel sottosuolo di copiose sorgenti idrosolforose saturate di iodio e di ferro, sgorganti da meandri di estese gallerie naturali che si sa essere state usate dai Romani per curare le ferite dei legionari e ritemprarne le forze. Tra i personaggi storici figura la persona del brigante Piccioni, sostenitore del papa contro le truppe piemontesi. Il brigante Piccioni nacque nel comune di Acquasanta e precisamente in frazione Roccamontecalvo dove si può visitare la casa natale. A poca distanza dal capoluogo Acquasantano sorge Castel di Luco così chiamato da “Lucus” (bosco), rocca a pianta circolare del XIV secolo, eretto su una protuberanza di Travertino. Acquasanta Terme è nota fin dai tempi dei romani per l’estrazione e la lavorazione del Travertino.
Reperti archeologici dal periodo preistorico a quello piceno e romano, ritrovati nella zona di acquaviva, sono conservati presso i musei di Ancona, Ascoli Piceno, Ripatransone. Di epoca picena è il così detto “ripostiglio di Acquaviva” esposto al museo nazionale di Ancona, che risale all’età del bronzo (IX-IV secolo a.C.). Il famoso “ripostiglio” è in realtà un recipiente di argille che veniva sepolto sotto terra l’alleanza tra romani e piceni, risale al III secolo a.C. si concluse con la sottomissione all’impero sotto Augusto il quale trasformò il territorio nella quinta regione nella ripartizione d’Italia. Una delle date più impressa nella memoria degli abitanti è il 6 luglio 1799, giorno del saccheggio il quale andò bruciato l’archivio comunale. Momento più atteso dell’anno è il giorno del “Palio del Duca” che vede il coinvolgimento di tutta la cittadinanza.
La prima fonte storiografica di Agugliano risale al 1029: si tratta di un diploma firmato Corrado II riguardante le proprietà riguardanti il monastero di San Lorenzo in Castagnola. in essa, come in documenti seguenti sono citati i castelli di Masi e di Minano poi andati in rovina. Una volta “dimessi”, il comune di Ancona fece costruire nel XIII secolo il castello di Agugliano e nella stessa epoca venne edificato anche quello di Milo diventato col tempo Castel d’Emilio. Agugliono, avamposto di Ancona, fu saccheggiata continuamente, ma la caratterizzazione come cento industrioso fece si che fin dal XVI secolo si desse un vero e proprio ordinamento amministrativo con gli statuti. Questi ultimi, se pure modificati, restarono in vigore fino all’invasione napoleonica.
L’insediamento si Altidona risale all’epoca romana, ma la struttura del paese è tipicamente medioevale, come testimonia la cinta muraglia che circonda il centro storico.
Lo sviluppo di Altidona ha preso la direzione del mare per cui ora la zona residenziale più importante si trova a circa 4 Km dal vecchio borgo situato in posizione collinare.La zona artigianale si trova in vece tra la parte più antica e quella più moderna a fare da ideale raccordo tra il presente e la memoria storica di questo paese. Altidona è ben collegata alla realtà circostante grazie allo svincolo autostradale di Marina, in territorio di Pedaso, molto importante per la crescita economica.
Un vaso Dinos, conservato al museo archeologico di Ancona è la testimonianza che ad Amandola esisteva già un insediamento romano già nel V secolo a.C.. In epoca longobarda e Benedettina, il centro visse un grosso sviluppo. Tra il XII eil XIII secolo divenne un libero comune con l’unione dei tre castelli di Agello, Castel Leone e Marrubbione, rispettivamente feudi delle famiglie De Falerone, De Brunforte e Arpinello de Valle. Amandola raggiunse il massimo splendore in epoca rinascimentale, grazie agli artigiani della lana e del legno, tradizione quest’ultima tramandata fino ai giorni nostri. In epoca medioevale Amandola raggiunse 10.000 abitanti, mentre negli ultimi decenni le migrazione verso le zone industriale della calzatura hanno provocato un ampio spopolamento.
Il nome di Ancona deriva dal greco “Ankòn”, che significa “gomito”, poiché l’antichissimo insediamento è situato proprio dopo il monte Conero, dove la costa si ripiega su se stessa. In epoca preromana, si presentava già ai navigatori greci un abitato. Il nucleo antico, situato sul colle Guasco, era un insediamento piceno e proprio li venne edificata dopo il 1000 la basilica di San Ciriaco, simbolo cittadino. Ancona, che aveva acquistato importanza in epoca romana, divenne dopo un periodo di decadenza uno dei centri principali dell’Esarcato di Ravenna. Nel 774 passò poi a far parte dei possedimenti pontifici mantenendo una certa autonomia, malgrado il pagamento di un censo annuale. I commerci prosperarono nell’Adriatico, in concorrenza con le altre città tra le quali Venezia.
Ancona godette delle libertà comunale a partire dal XII secolo, fino al 1532, quando passo sotto il governo diretto della Chiesa. In precedenza era stata gestita anche dai Malatesta e da Francesco Sforza, ma solo per brevi periodi. Clemente XII rinnovò le strutture portuali nel XVIII secolo, affidandole poi ad una congregazione. Nel 1797, Ancona fu trasformata in repubblica in seguito alla conquista dalla parte delle truppe francesi e all’inizio dell’800 venne annessa al regno d’Italia per tornare sotto il dominio del pontefice. Dal 1815 al 1860 subì altre vicissitudini, prima della definitiva annessione all’Italia.
Durante la seconda guerra mondiale, Ancona fu gravemente danneggiata dai bombardamenti soprattutto alla fine del 1943.
Economicamente il capoluogo della regione ha sempre vissuto sulla prosperità dettata dall’attività del porto commerciale con gli annessi cantieri. Negli ultimi anni, però ha conosciuto un grande sviluppo il settore dei servizi ausiliari che hanno affiancato le attività industriali specializzate cresciute in tutta la provincia. Importante nodo stradale e ferroviario, Ancona è una città che ha dovuto fare i conti anche con il terremoto. L’alto reddito pro-capite e l’ottima qualità della vita sono comunque caratterizzazioni imprescindibili in tutta la zona.
Il primo documento scritto della storia di Apecchio risale al 1077 e testimonia il dominio del vescovo di Città di Castello sul centro allora appartenente all’Umbria. Attorno al 1230 la famiglia Ubaldini conquistò il potere dopo un paio di secoli di lotta.
Apecchoi fu così annessa al ducato di Urbino, con la famiglia “liberatrice” a mantenere però direttamente il controllo. Dopo la nomina degli Ubaldini nel 1515, la zona assurse al rango di contea e fu retta con leggi proprie fino a metà del XVIII° secolo. All’estinzione del ramo maschile, Apecchio tornò sotto il dominio della Santa Sede, per poi compiere gli stessi passi degli altri centri della zona, dominata dai francesi, prima del raggiungimento dell’unità d’Italia.
Apiro si ritiene fondata dai greci siculi che si erano insediati nel Piceno. Questa tesi viene avvalorata dai reperti in bronzo del V e VI secolo a.C., rinvenuti sui piani di Apiro, raffiguranti divinità greche e romane. Per l’imperatore Antonino Pio Apiro era una “posta” per il collegamento con Jesi (Aesim) e Cagli (Calem). Da antichi frammenti pergamenacei risulta che Apiro, fin da lontanissimi tempi, si dava le leggi ma i veri statuti ufficiali sono del 1388 e del 1528. Dopo le distruzioni del paese avvenute con le invasioni dei Goti e dei Longobardi, Apiro si eresse a comune libero toccando il massimo dello splendore e prosperità. Nel 1445, dopo un periodo di dominio di Francesco Sforza, Apiro passò sotto la Chiesa. Dal 1799 al 1808, in seguito al trattato napoleonico di Tolentino, Apiro divenne capo cantone.
Le origini di Appignano restano ancora oggi controverse. Diverse ipotesi sono state elaborate al riguardo. La più accreditata attribuisce la fondazione del centro ad Aulo Piniano Faltonio, proconsole d’Asia, facendola risalire all’anno 300 dell’era volgare.
Nel corso dei secoli, malgrado le piccole dimensioni del castello, l’importanza di Appignano non fu secondaria.
Le rare alleanze sottoscritte fecero sì che in molteplici occasioni il centro venisse stretto d’assedio, esso però riuscì sempre a sostenere l’urto degli avversari di turno. In epoca moderna, Appignano ha conosciuto un notevole sviluppo industriale, soprattutto nel campo della lavorazione del legno, che ancora oggi è il settore trainante nell’economia della zona.
Non è un caso che Palazzo Antonini sia la sede attuale del comune. La residenza di questa famiglia è sempre stata il nucleo centrale di Appignano del Tronto, un paese dalla struttura tipicamente medievale, almeno per quanto riguarda il centro del borgo. Appignano non è lontano da Ascoli Piceno, ma nemmenoda San Benedetto, una collocazione che ne ha favorito l’inserimento in epoche più vicine alla nostra. I monumenti più importanti della cittadina risalgono al XIV e al XV secolo, a testimonianza di un fulgore passato. Il terreno sul quale sorge Appignano del Tronto è tipicamente argilloso e i calanchi attorno al paese sono grandiose espressioni naturali che rendono queste zone di grande interesse naturalistico.
Le origini di Arcevia risalgono nell’accezione più accreditata all’epoca delle invasioni dei Galli Senoni, fondatori di Senigallia. Ingrandita e fortificata da pipino re dei Franchi. Arcevia fu successivamente donata da Carlo Magno alla Chiesa. La sua posizione ne fece la “chiave” nel medioevo di tre regioni: Marca, Umbria e ducato di Urbino. Nel XIII° secolo erano circa una quarantina i castelli che sottostavano alle sue leggi. Nel 1816, Pio VII° confermò ad Arcevia il titolo di “città”, conferitole solennemente da Clemente IV° nel 1266. Arcevia affianca ad una tradizione di roccaforte inespugnabile, anche quella culturale ed artistica. In ogni epoca ospitò filosofi ed umanisti, ma soprattutto nel Rinascimento fu teatro attivo delle opere di pittori e letterati.
Nei pressi di Trisungo esistono alcuni resti della via Salaria che testimoniano la presenza dei romani, tra cui il cippo del centesimo miglio dalla capitale. Segnali sicuri di Arquata vengono da citazioni relative all’XI° secolo. Nel 1225 il paese offrì spontaneamente ad Ascoli, ricevendone in cambio un’ampia autonomia. Nel XIV° secolo, dopo un periodo di relativa indipendenza da Ascoli, Arquata passò sotto il dominio di Norcia, alla quale fu ceduta dal Papa Martino V° nel 1429. Arquata del Tronto fu poi protagonista di varie vicende politiche, restano sotto il possesso di Norcia fino al XVIII° secolo. Nel periodo del Regno italico il paese era compreso nel dipartimento del Trasimeno.
Le origini di Ascoli, città sorta alla confluenza dei fiumi Tronto e Castellano, suscitano ancora interrogativi da parte degli studiosi più accreditati, tuttavia si può affermare, con una certa attendibilità, che il centro, fin dall’età neo-eneolitica, fosse sede di un insediamento preesistente alla migrazione di un gruppo di Sabini nel territorio piceno.
Alcuni storici, riprendendo una tradizione italica, riconducono, infatti, l’origine della città alla migrazione di un manipolo di Sabini, in occasione del “ver sacrum”, guidati da un “picus” (uccello sacro a Marte), che avrebbero dato origine ai Piceni; i Sabini si sarebbero compenetrati con le popolazioni autoctone provenienti dai lidi orientali. Anche una delle etimologie legate al toponimo-greco-romano Askoulov lo riconduce ad un’arcaica ascendenza orientale.
La presenza di Ascoli nella storia è testimoniata sin dal III° secolo a.C. nello specifico del ventottesimo anno, in cui stipulò con Roma un trattato di reciproca collaborazione a carattere politico-militare; con la ribellione a Roma e le conseguenti disfatte del 260 e 268 ha iniziato la vocazione di Ascoli, città ribelle ad ogni sorta di dominio; la città ebbe una parte di rilievo nell’ambito della guerra sociale dopodiché, nell’89, fu costretta alla capitolazione, anche se la resistenza dei Piceni contribuì al riconoscimento del diritto di cittadinanza per tutte le genti italiche.
In seguito divenne centro di primaria importanza grazie anche alla favorevole posizione sulla via Salaria (nella divisione dell’Italia stabilita da Augusto fu capoluogo della V° regione del Piceno Suburbicario) legando le sue sorti a quelle dell’Impero Romano.
Evangelizzata, secondo la tradizione popolare fin dal I° secolo d.C. ebbe una vera organizzazione religiosa solo nei primi anni del IV° secolo, ad opera del protomartire Emidio da Treviri (inviato nella città come primo vescovo residenziale martirizzato sotto Diocleziano). Dopo l’assedio dei Goti e la distruzione da parte dei Longobardi nel 578, entrò a far parte del ducato di Spoleto finché Carlo Magno, nel 774, separò Ascoli dal ducato predetto e la dichiarò contea sotto protezione della Santa Sede, pur mantenendo alla città una certa autonomia amministrativa.
Nel secolo IX° Ascoli respinse due assalti da parte dei Saraceni; in seguito, cessato il dominio dei Franchi, si affermò il potere dei Vescovi-Conti fino al 1183, anno in cui con la creazione del podestà, nacque il libero comune ascolano. L’anno 1215 segna la venuta ad Ascoli di San Francesco d’Assisi che con la sua predicazione conquistò gli animi di numerosi giovani di famiglia nobile, che abbracciarono la regola del suo ordine.
All’interno del dissidio fra Papato e Impero si profila, nel 1240, la figura di Federico II° che assedia la città e promulga, nello stesso anno, l’Editto che assicurava la protezione dell’Imperatore a coloro che si fossero recati alla Fiera di Francoforte; nel 1242 Ascoli venne saccheggiata ed in tale occasione vennero abbattute numerose torri, simbolo della nobiltà ascolana. Dopo questa distruzione Federico II° concesse alla città il privilegio di uno sbocco al mare con la possibilità di costruire un porto alla foce del Tronto. Con la morte di Manfredi, ultimo rappresentante della casa sveva, Ascoli tornò a far parte della Chiesa e visse un periodo di opulenza ed espansione urbanistica. Nel secolo XIV° la città subì le lotte tra opposte famiglie e fazioni volte all’instaurazione di signorie, che però furono sempre di breve durata; tra coloro che la governarono ricordiamo Galeotto Malatesta, gli Sforza e il re di Napoli. il 1282 fu, per gli ascolani, l’anno della “libertas eccelsiastica” che consisteva in una sorta di protettorato pontificio con autonomia politico-amministrativa, concessa da Papa Sisto V°. Nei secoli XVII-XVIII Ascoli visse un periodo di pace fino all’arrivo dei sodati franco-cisalpini ed al parallelo insorgere del brigantaggio ascolano, espressione popolare della rivolta giacobina. Tornata nel 1815 sotto il dominio della Santa Sede fu scelta, nel 1824, quale capoluogo di una delle delegazioni della Marche; occupata dagli austriaci nel 1849. Con il plebiscito del 17 dicembre 1860 entrò a far parte del regno d’Italia e divenne capoluogo di provincia.
Sulla fascia collinare, alla sinistra del Foglia, si erge il comune di Auditore, a 272 metri sul livello del mare. Questo centro fu abitato anticamente da una popolazione di origine umbra e picena; a queste si susseguirono i coloni romani. In diverse zone del territorio di Auditore sono stati rinvenuti reperti ceramici, anfore, lucerne, vetri, pavimentazioni e frammenti di tegole. Nel medioevo Auditore legò la sua storia alla città di Rimini. Questo antico borgo fortificato, arroccato sulle pendici del monte San Giovanni, venne conquistato dai Malatesta e successivamente ripreso dai Montefeltro. A testimoniare questo passato è rimasta una torre civica a pianta ottogonale, situata al centro del paese. Da notare inoltre l’impianto quadrato del paese ancora intatto.
info: marcha@altervista.org