Storia dei comuni
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Curiosa l’etimologia del nome di Saltara, che perlatro è ancora controversa: nel 1562 una prima ed affermata interpretazione riteneva che il comune fosse così denominato perché localizzato tra due colline selvose. Successivamente ci furono ipotesi che il nome avesse origni longobarde e provenisse dalla parola “Saltarius” (ossia guardiano dei boschi). Infine secondo la versione più ricorrente anche ai nostri giorni, si sostenne che il nome Saltara derivasse dal latino “saltus arae”, a ricordo di un altare innalzato dagli antichi abitanti per placare con sacrifici un dragone alato che abitava i boschi della zona. di qui oltretutto deriva lo stemma municipale, raffigurante proprio un drago. Particolarmente intensa è in ogni caso la storia della località, che conobbe il suo massimo splendore nel periodo medievale quando si resse a comune e cominciò a fortificarsi contro le incursioni degli abitanti di Fossombrone e cagli. In tale periodo Saltara contrasse un’alleanza con la vicina Fano, città con la quale passò sotto il dominio dei Malatesta di Rimini.
È una pagina da leggere per capire i luoghi e la gente sambenedettese dinamica, intraprendente, ardimentosa. Il fiume Tronto e l’antica strada Salaria, che confluiscono paralleli sul suo territorio, hanno segnato, in ogni tempo, il corso della sua storia. Luogo di approdi e di continui insediamenti. Popoli diversi, spesso di stirpe marinara: Siculi, Viburni, Pelasgi, Umbri. Poi Piceni, Romani, Longobardi. È liburnica la mitica Rtuento, alla destra del fiume omonimo. È la patria dei veterani d’Augusto, la romana Castro Trentino, sulla riva sinistra. La caduta di Roma, le irruzioni dei barbari ed i frequenti periodi di anarchia e di rivolta dei duchi longobardi ne determinarono la distruzione e la fine (VIII secolo), poco prima della discesa di Carlo Magno. Alle totali devastazioni e allo spopolamento sopravvive la pieve di San Bendetto sorta sul colle dove era stato sepolto, in una catacomba e in prossimità dell’Alubia, il corpo del martire Benedetto, soldato cristiano, decapitato a Cupra. intorno al sepolcro del Santo, oggi patrono della città, so formò un primo nucleo abitato. Intorno al Mille, nell’attuale territorio sambendettese, già parte dell’agro trentino, si verificò un prodigioso fenomeno di ripopolamento. Sulle colline, prossime alla costa, furono eretti i muniti manieri di Scucula, Monte Crepaccio, Monte DE Arca, Monte Apparisci, Monte Anullino, Stabio, Malvicino. Nel 1148 fu eretto dai Gualtieri il castello di San Benedetto in Albunia nei pressi della omonima pieve, una delle più antiche delle Marche. Nella zona collinare limitrofa altri fortilizi: Mercato Monrupadaro, Patero Trinfonzio, Ischia, Colle di Guardia. Di quell’epoca prodigiosa restano, in genere, alcuni toponimi di odierne contrade. Nel 1245 Federico II concesse ad Ascoli il tratto di spiaggio dal Tronto a Bagnola ed il castello di Monte crepaccio, antichi possedimenti di Fermo. Il privilegio imperiale accese tra le due città picene un pluridecennale conflitto in cui il castello di San Benedetto, avamposto dello Stato di Fermo, ne subì ripetutamente rovinosi effetti. Nei secoli successivi incursioni piratesche, scorrerie di eserciti vari, pestilenze affrettarono la decadenza del maniero sambendettese, finché Fermo non più interessata al possesso del remoto bastione, nel XVI secolo ne consentì le prime autonomie. La popolazione del luogo, rinfrancata dalla autonomia amministrativa, tornò a nuova vita. Avvertì le ristrettezze dell’antica cerchia fortificata e aprì le porte del castello verso la sottostante deserta spiaggia, dove, nel 1615, costruì una chiesetta dedicata alla Santa Maria della Marina e i primi modesti atterrati. Era un ritorno alle attività marinare e già alla fine del ‘700 il borgo della marina era popolato dalla metà dei 3.104 abitanti dell’interno del paese. Nel XVIII secolo una ascendente parabola demografica fino a quasi 46 mila abitanti di oggi e un grande incremento delle attività economiche e turistiche. Le zone di ancoraggio, più o meno attrezzate e agibili, sono una costante componente del territorio sambenedettese. Storiografi locali fanno risalire i traffici e le attività marittime al tempo della liburnica Cruento e della romana Castro Trentino. Anche nel medioevo sono documentati buoni porti presso il castello di San Benedetto in Albuia (XIII secolo) e il navale di Ascoli (XIV secolo). Le più accreditate carte nautiche di quel tempo indicano puntualmente gli approdi sambenedettesi alla foce del Tronto e alla foce dell’Albuia. L’Odierno porto risale al 1907, anno in cui fu costruito il molo nord.
L’altitudine di San Costanzo non supera mai i duecento metri pur essendo il territorio in prevalenza collinare. Sul piano storico, nel territorio sono state rinvenute necropoli, ma San Costanzo viene ricordato per la prima volta intorno al 1410 associato alla signoria Maltesta. Ben presto ritornò in possesso di quella famiglia che nel 1421 fece cingere il castello di poderose mura (assieme a Cerasa e Stacciala) e di una torre. Per un breve periodo fu indipendente ma dal 1520 ritornò sotto Fano.
Il centro storico di San Ginesio circondato da una poderosa cerchia muraria ricca di torrioni e di porte, conserva l’impianto medievale e racchiude monumenti di grande interesse storico e culturale. Sviluppatosi intorno al castello Esculano, sorto forse sui ruderi di un santuario piceno-romano, ne seguì le alterne sorti, ingrandendosi nei secoli fino a raggiungere nel 1278 i 27.000 abitanti. Grazie alla posizione dominante riuscì a conservare la sua indipendenza fino al XV secolo quando dovette assoggettarsi al governo della Chiesa.
San Giorgio di Pesaro è situato sulle colline che separano il Cesano dal Metauro. Assieme al castello del Poggio fece parte dei possedimenti dell’abbazia di San Martino di Fano fin dall’VIII secolo. Fu poi con il vicariato di Mondavio con particolari privilegi e subì assedi e saccheggi nel 1327 quando si ribellò Fano e nel 1457 durante la lotta tra Federico da Montefeltro e Sigismondo Malatesta. Nel secolo XVI fu della famiglia Leonelli.
Roccaforte e tenuta fin dal primo medioevo con nome Mons Feretrus (Montefeltro), caposaldo nel tessuto difensivo della subregione feretrana sino all’unità d’Italia, sede vescovile, da cui il titolo di città, dall’826 al 1570 di fatto, e di diritto fino al 1986, e come tale, centro irradiatore della civiltà cristiana nel Montefeltro, fu capitale del regno Italico sotto Bverengario II dal 962 al 964, e successivamente, per qualche tempo sede di Ottone I imperatore che dalla rocca datò numerosi diplomi. Capoluogo di contea dal 1156 al 1631 restando tale anche nel contesto del ducato di Urbino, San Leo ha dato al Montefeltro i suoi conti ed ad Urbino i suoi duchi. Libero comune con propri statuti già nel XIII secolo, ha ospitato San Francesco d’Assisi, suscitando il dono della Verna.
San Lorenzo in Campo, situato proprio ai margini di quella ricca zona archeologica di Suasa Senonum, fu fondata dai Galli, soggiogata dai Romani e distrutta poi dai Goti di Alarico nel 409, L’origine del paese, è legata alla fondazione di un celebre monastero dei Bendettini, i quali costruirono l’abbazia tra il VII ed il IX secolo, utilizzando l’abbondante materiale archeologico della zona. il monastero, con vita autonoma fino al secolo scorso, ebbe grande importanza storica per lungo periodo e annovera tra i suoi Abbati Commendatari anche Giuliano della Rovere poi divenuto papa Giulio II. Accanto all’abbazia, si sviluppò, sull’attiguo colle, in posizione fortificata, il paese medievale, che conserva tuttora la pianta originale, con viuzze interne, archi di accesso e mura castellane di cinta con torrioni ora mancanti delle parti merlate. Nella zona superiore, ove sorgeva la rocca, la caratteristica piazzetta, detta “ la Padella”, su cui si affacciano il cinquecentesco palazzo Amatori, il palazzo dei Principi Ruspali, il palazzo Pretorio o delle Milizie della Rovere, e rustiche casette.
San Marcello venne ceduto da Senigallia alla città di Jesi nel XIII secolo, per la precisione nel 1213. San Marcello venne raso al suolo nel corso del secolo XIV per essere ricostruito grazie all’apporto di Jesi. Il borgo riuscì ad affrancarsi dal giogo del più potente centro soltanto nel 1579, anno nel quale lo Stato pontificio gli concesse un’autonomia sul piano amministrativo.
San Paolo di Jesi ha una storia antica dietro le spalle. A parte i primissimi insediamenti, notizie di questo borgo ci giungono già da documenti del XII secolo. Nel secolo seguente San Paolo faceva parte dei possedimenti della vicina Jesi, città che promosse la costruzione del castello. San Paolo fu legato sempre a doppio filo a Jesi, della quale seguì costantemente le vicende storiche. Nel 1868 San Paolo venne accorporata al comune di monte Roberto e nel 1928 a quello di Staffolo. Per riacquistare una piena autonomia amministrativa fu necessario attendere fino al 1945.
Risalendo la vallata del pOtenza, lungo la statale Settempedana, si giunge a San Severino Marche, la cui origine risale alla romana Septempeda, posta sulla sinistra del fiume Potenza, a poca distanza dall’attuale centro abitato. La città, municipio della tribù velina, è ricordata da autori antichi (Stradone, Plinio il Vecchio, Tolomeo) ed era posta sul ramo della via Flaminia proveniente da Nuceria per Helvia Recina. In età tarda fu sede vescovile: tra i primi vescovi è appunto da ricordare quel Severino che ha dato il nome alla città attuale. Distrutta Septempeda dalle invasioni barbariche, gli abitanti si trasferirono sul Monte Nero (oggi denominato Castello). La piccola comunità, che si formò attorno ad una fortificazione di età romana chiamata “castrum reale”, cominciò ad organizzarsi, costruendo anche solide mura di difesa. Dal Trecento, per oltre un secolo, il comune fu retto dalla nobile famiglia degli Smeducci della Scala. Nel 1426 San Severino ritornò allo Stato pontificio e nel 1586 ricevette da papa Sisto V il titolo di città e diventò sede vescovile. Trascorso il periodo della Repubblica Romana e tramontato l’astro di Napoleone, san Severino tornò alla Santa Sede. I moti rivoluzionari del 1831 e del 1849 indussero molti sanseverinati a partecipare alle guerre d’Indipendenza. Il 19 settembre 1860 l’ingresso delle truppe piemontesi segnò la fine del dominio pontificio. Nel novembre dello stesso anno fu votata all’annesisone al Regno d’Italia. Durante il secondo conflitto mondiale e nel periodo della resistenza di territorio fu teatro di aspre lotte tra tedeschi e formazioni partigiane.
Le origini di Sant’Agata Feltria sono assai incerte e prive di documenti attendibili. Nel corso dei secoli Sant’Agata Feltria subì l’invasione dei Galli Senoni, la conquista da parte dei Romani ed il duro giogo dei longobardi. Nel’874 papa Giovanni VIII, scrivendo all’imperatore Ludovico, rivendica il possesso del “Monasterium S.Salvatoris in Monte Feretri” che, in altri documenti viene detto “in Cella Fausti” località fra Villa San Rocco e Cà Baldoni. Nel 1153 Raniero, conte di Bertinoro, e sua madre Altruda (o Aldruda) donarono ai camaldolesi l’antico monastero della SS. Trinità posto sul mont’Ercole investendoli dell’autorità temporale su gran parte del Santagatese.
L’origine del castello è del VI secolo ed è citato nel 1047 tra i beni concessi da papa Clemente II all’abbazia di San Tommaso in Foglia. Nel 1280 si unì al castello di Sant’Angelo formando una nuova comunità chiamata Sant’Angelo in Lizzola. Intorno alla seconda metà del Trecento venne distrutto dalle lotte tra guelfi e ghibellini. Ma ben presto risorse restando alle dipendenze di Pesaro sino al 1584 quando fu infeudato alla famiglia Mariani.
Sant’Angelo in Vado è posto nell’alta valle del fiume Metauro alla confluenza col torrente Morsina. La zona possiede anche alcuni laghetti. L’abitato prende origine dall’antichissimo “Tifernum Metaurense” che faceva parte della VI regione Augustea. Nel secolo XIII è citato fra i magiori centi della Massa Tra baria retto da un governatore pontificio. Fu poi feudo dei Brancaleoni e Federico da Montefeltro entrò a far parte del ducato e ne seguirà le sorti sino alla devoluzione allo Stato della Chiesa (1631).
Sant’Angelo in Pontano fu caratterizzata da un propria famiglia di conti, i quali estesero nel 1185 il loro feudo su Gualdo. In epoche successive il paese appartenne ai Bonifazi, ai Gilberti e dalla prima metà del XIII secolo fu compreso nei territori di Fermo. Nella seconda metà dello stesso secolo, Sant’Angelo passò a Tolentino. Un secolo dopo subì una grave devastazione per mano delle truppe del cardinale Albornoz. A metà del Quattrocento il paese fu poi raso nuovamente al suolo dalle truppe pontificie, a causa dell’appoggio che aveva offerto a Francesco Sforza. San Nicola nacque qui nel 1245. Il paese seguì poi le vicende generali degli alti comuni della zona.
Sant’Ippolito è posto su di un colle sul versante destro del torrente Targo. Il Paese fu originato dagli abitanti di Fossombrone intorno al VI-VII secolo. Fu sempre legato al comune di Fossombrone, conteso da Francesco Sforza, dalla Chiesa e dai Malatesta. Nel 1450 entrò a far parte del ducato d’Urbino. Famoso centro di illustri scalpellini e marmisti che nei secoli scorsi inviarono le loro opere in molte città d’Italia e dei quali si conservano nella chiesa parrocchiale altari in marmo e sculture in pietra arenaria del luogo, è oggi paes orgoglioso del nome che si è fatto in campo nazionale e all’estero con la produzione dei mobili e di una vasta gamma di articoli di arredamento in giunco.
Al centro di un territorio che nascondeva suggestive testimonianze della presenza dell’uomo fin dalla preistoria, sorgeva un tempo il castello di Santa Maria della Ripe, che forse prendeva il nome dai numerosi calanchi della zona circostante. Del castello di Santa Maria della ripe, che fu soggetto a ricorrenti distruzioni e che diede origine al castello di Santa Maria Nuova, la prima notizia certa risale al 1201 e consiste nell’atto di sottomissione alla città di Jesi. L’antico castello, probabilmente entro il secolo XIV, muta il nome in quello di Santa Maria Nuova. La fondazione della moderna Santa Maria Nuova si fa risalire al 1472, data ufficiale della immigrazione dei lombardi a Jesi e Santa Maria Nuova; immigrazione seguita alla drammatica epidemia di peste che infierì qualche anno prima nella città di Jesi e nel suo contado e con particolare violenza, tanto da causare una notevole diminuzione della popolazione, nei castelli di Monte della Torre, San Lorenzo in Maccarano o Mazzangrugno e Santa Maria Nuova.
La storia medievale di Santa Vittoria è interamente legata al feudo della imperiale abbazia di Farfa, che stabilì sul Matenano la sede del vicario abbaziale. È da supporre che fra le undici corti, di undicimila moggi ciascuna, assegnate da Faroaldo II, duca di Spoleto, a questa abbazia intorno all’anno 680, alcune ricadessero lungo il fiume Aso, nelle pertinenze territoriali di Ortezzano, Montelparo, Santa Vittoria e Montefalcone. Nel secolo successivo la vedova Abenerada, “Ancilla Dei”, vi aggiunse il monastero di Sant’Ippolito e i suoi beni situati nel versante dell’Aso, ai piedi del monte Matenano, sull’incantevole poggio della proprietà De Scrilli, che nel viario degli Statuti Comunali è detto “Colle dell’Abbadessa” e lo indica poco discosto dalla fonte di San Giovanni in Selva. Nel 759, il sesto abate di Farfa, Wandelbert, si trasferì presso questo monastero per condurre una vita più ritirata; qui finì santamente i suoi giorni, fu sepolto nella chiesa di Sant’Ippolito e fu venerato come santo fino al secolo XII.
I primi insediamenti di Sant’Elpidio a Mare risalgono almeno all’VIII secolo avanti Cristo: una testimonianza diretta viene dal necropoli picena che è stata riportata alla luce. Sant’Elpidio, già citato nell’887, è stato in più occasioni in lotta con Fermo. Nel 1328 il paese venne assalito e posto a ferro e fuoco da Mercenario di Monteverde. Passarono dodici anni da quella data quando le milizie di Sant’Elpidio mossero contro Fermo, riuscendo ad espugnare la città. Il borgo però decadde dopo essere stato distrutto ancora una volta da rinaldo da Monteverde nel 1376. Sant’Elpidio riacquistò una certa importanza soltanto nei secoli XVII e XVIII. Nel 1797 Sant’Elpidio fu protagonista di una insurrezione contro le truppe francesi che lo stavano presidiando, ma fu devastato e depredato. Il titolo di città arrivò soltanto nel 1828, concesso da Leone XII.
Ripercorrendo le tappe fondamentali della storia di Sarnano, alcuni momenti appaiono immediatamente significativi. La nascita vera e propria del centro urbano deve essere fatta risalire alla prima metà del XIII secolo, i cinque castelli che detenevano il potere con in testa quello della famosa famiglia di Brunforte, diedero alla Comunanza Agicola di Sarnano la piena autonomia nel 1265. Sarnano è un tipico esempio di città murata o “castrum” così fatta per esigenze difensive. Sarnano toccò il massimo del suo sviluppo nel secolo XVI in cui la popolazione era il doppio di quella attuale. Incorporato nel ducato dei Varano di Camerino seguì le sorti di questo e poi dello Stato Pontificio fino all’annessione al Regno d’Italia.
Non ci è possibile datare in maniera precisa l’origine di Sassocorvaro, per mancanza di documenti storici attendibili, ma si può ragionevolmente stimare che già attorno al X secolo doveva essere costituito un primo agglomerato urbano. La più antica memoria che conosciamo attesta che nel 1060 Sassocorvaro era munito di una fortezza con annessa una cappella dedicata a San Giovanni Battista. Anche per quanto riguarda il significato del nome del paese ci sono tuttora opinioni diverse, volendo alcuni farlo derivare da “sasso nido dei corvi”, animali, questi, che si annidavano sul colle, altri da certo “Corbarius” che ne sarebbe stato il fondatore, altri ancora dal termine latino “corbis” (cesta) per la caratteristica forma della sommità del colle su cui è posto.
Storicamente si hanno segnali di Sassofeltrio già nell’VIII secolo, quando fu citato come Serra de Sasso nella donazione che Pipino fece allo Stato Pontificio. Sotto il toponimo di Sassum, il paese era compreso tra i castelli concessi nel 962 in feudo a Ulderico di Carpegna da parte di Ottone I.
Sassoferrato sorge presso le rovine dell’antica città umbro-romana di Sentinum, di cui si ammirano ancora sul posto grandiose vestigia (muro di cinta, strade selciate, pavimenti a mosaico, colonne di granito) e molti altri notevoli reperti nel museo locale, in quello di Ancona e a Monaco di Baviera. Sul posto, è stata scoperta una stazione preistorica del periodo eneolitico, da cui probabilmente si sviluppò la città, che era tale prima del 300 avanti Cristo. Nel 295 a.C. nel suo territorio ebbe luogo la celebre battaglia con vittoria dei romani contro la lega dei gallo-sanniti. Vi morì il console Decio Mure, votatosi agli dei. La città fu data alle fiamnne dalle forze di Ottaviano durante la guerra dei triunviri nel 41 a.C. Fu ricostruita in fomra migliore per volere dello stesso Cesare Augusto e vi posero residenza molti suoi veterani che avevano ricevuto in dono le migliori terre dell’agro sentinate. La città scomparve tra l’VIII e X secolo, non per violenza nemica, ma perché fu abbandonata dagli abitanti, decimati dalla fame e dalla peste, incapaci di difenderla dalle irruzioni nemiche, specialmente dei feroci Ungari. Circa nel 1150, su di un’altura poco distante, un conte di nome Atto, proveniente dal castello di Galla, presso Genga, fondò un castello, a cui dette il nome di Sassoferrato. Il castello non tardò a divenire un paese, poiché i discendenti dei vecchi Sentinati scesero dai loro rifugi montani e vi costruirono le loro case con materiali presi dalla vecchia città. Il paese fu soggetto ai conti Atti fino al 1460, quando diventò libero comune. Subì l’occupazione dei Malatesta di Rimini nel 1349; quella di Braccio da Montone nel 1417; quella di Francesco Sforza nel 1433, il quale ne fece strazio con orribile saccheggio. Pacificamente l’occupò anche il duca Valentino, che fu a Sassoferrato nel febbraio 1500.
L’origine di Sefro si può far risalire all’VIII secolo. Sefro si costituisce comune nel 1240, facente parte del distretto di Camerino. Con la signoria dei Varano viene costruito il castello, del quale alcune parti sono state ristrutturate in tempi recenti. Sin dal 1423 il popolo sefrano redige i propri Statuti, conservati presso l’Archivio di Stato di Macerata. L’economia era costituita dalla pastorizia, dall’agricoltura e dal commercio di carbone. Oggi, oltre alle attività silvo-pastorali, Sefro è caratterizzato dall’allevamento delle trote e dall’attività turistica.
Senigallia, l’antica Sena, è la città dei Galli Senoni, dei quali conserva nei secoli il nome: “Gallorum a populis servat per specula nomen”. Dopo la sconfitta subita nel 296 avanti Cristo a Sentino i Senoni vengono sottomessi, e la città diventa la prima colonia adriatica dei Romani. Nel Medioevo Senigallia entra a far parte della Pentacoli nel sistema strategico dei bizantini contro i goti ed i longobardi. Passata alla Chiesa èè poi liberocomune tra i più potenti della marchia Anconetana. Nel XIII secolo concomitanti avversità danno inizio alla decadenza della città che Dante nel Trecento annovera tra quelle che “termine hanno”. Circa a metà del Quattrocento Senigallia risorge San Sigismondo Malatesta prima, e con Giovanni della Rovere poi, entrando infine con quest’ultimo nel ducato roveresco dove rimarrà fino al 1631. Tornata a far parte della Chiesa la città vede estendere a tutto lo Stato Pontificio la sua funzione di porto commerciale e vede crescere la sua famosa “fiera” che tra la metà del Seicento e la fine del Settecento raggiunge la massimo importanza. Centinaia di imbarcazioni approdano al suo porto dove affluiscono in tempo di fiera fino a 50.000 tra forestieri e mercanti provenienti dall’Europa centrale e dal vicino Oriente. Per far fronte alle esigenze mercantili nella metà del Settecento la città si amplia raddoppiando la sua estensione e diventando per numero di abitanti la quarta città dello Stato Pontificio. Ma con l’Ottocento ha inizio la decadenza della fiera, determinata da molteplici fattori, e con essa quella della città. Nel 1854 viene aprto il primo Stabilimento Bagni con cui Senigallia getta le basi per il futuro sviluppo turistico. Intanto nel 1846 era salito al soglio pontificio il senigalliese Giovanni Maria Mastai fErretti, Pio IX, che vedrà la città natale occupata il 13 settembre 1860 dalle truppe piemontesi. Entrata a far parte dello Stato Italiano, Senigallia non decolla, nonostante i tentativi, come centro industriale, ma tra le due guerre scopre la sua vocazione turistica la quale però subisce un durissimo colpo con il disastroso terremoto del 30 ottobre 1930, che muta sensibilmente il volto architettonico della città. A partire infine dagli anni Sessanta si sorgono alberghi, hotels, pensioni, camping e Senigallia diventa la stazione balneare più importante delle marche superando ampiamente il milione di presenza annue.
Serra dè Conti è un centro prevalentemente agricolo appoggiato al Subappennino marchigiano ed allungato su un poggio lungo il fianco destro della valle del Misa. il paese venne fortificato durante l’età medievale quando il potere politico era detenuto dalla città di Jesi, con la quale Serra dè conti ebbe vicende politiche tutto sommato parallele. Gli statuti comunali di questo borgo risalgono al 1524.
Serrapetrona era nota nell’antichità come “castrum Serrae septem filii Peronii”. L’origine dell’insediamento pare risalga alla seconda metà del V secolo. Quando Serrapetrona faceva parte dei domini dei Varano, enne fortificata e munita di castello. La località è un centro agricolo posto sul fianco destro del torrente Cesolone. molto curata su tutto il territorio è la viticoltura, che dà modo alle numerose aziende enologiche di produrre vino tipico locale vernaccia spumante Doc di Serrapetrona.
La sua fondazione risale alla prima metà del XIII secolo da parte della comunità eugubina che aveva giurisdizione sull’alta valle del fiume Cesano. Ha rappresentato semre un importante presidio del passo appenninico tra le Marche e l’Umbria. Non si conosce con esattezza la data del passaggio di Serra Sant’Abbondio sotto la signoria dei conti di Urbino ma si deve presumere il 1384, anno in cui Gubbio si dette volontariamente alla signoria di Urbino. Certo è che nel 1419 già da tempo ne dipendeva. Rimase sotto il dominio dei duchi di Urbino fino a quando non passò con tutto il ducato alla diretta dipendenza della Santa Sede. Nel 1815 con il ripristino del governo pontificio, Serra Sant’Abbondio ebbe un governo cittadino dipendente da quello della vicina Pergola.
I primi insediamenti sono di origine etrusca; poi i romani nel I secolo a.C., per controllare e difendere la gola della Rossa, vi fondarono un primo insediamento dal quale si sviluppò il villaggio. In seguito Serra venne distrutta dalle invasioni barbariche e solo nel 950 San Romualdo diede l’impulso alla rinascita del paese, facendo costruire la chiesa di San Quirico. Nel XII secolo il piccolo villaggio diventa una cittadina fortificata a controllo della zona grazie all’intervento finanziario dello Stato Pontificio; fino al XVII secolo è libero comune con un proprio statuto. Solo sul finire del XVII secolo a causa della riforma dello Stato pontificio, il comune perse ogni diritto, ogni potere politico, ogni larva d’autonomia.
L’originedi Serravalle fa riferimento alla città romana di Plestia, citata da Livio in riferimento alla seconda guerra punica, insediamento del quale esistono ancora alcuni resti. Anticamente in questo territorio erano stanziate due comunità distinte. La prima era quella di Per canestro ed lci, la seconda invece era situata in località Rocchetta di Grancignano. I signori delle comunità erano i Baschi, una famiglia ghibellina. Dopo il 1265 queste terre entrarono a far aprte del distretto di Camerino come “raccomandante”, rette comunque da statuti propri. Lo statuto di Rocchetta è stato redatto nei primi anni del Cinquecento.
Il capoluogo è sul versante sinistro della media valle del fiume Metaruo, attraversato dal torrente Barzotto. il toponimo deriva forse da “Ser Ungano degli Arti”. Nel secolo XIV Galeotto Roberto Malatesta vi fece edificare la Rocca e nel 1432 Sigismondo vi sconfisse le milizie mandategli contro da papa Eugenio IV. Fu in lotta contro Francesco Sforza e Federico da Montefeltro. Passò poi sotto il governo di Fano, di cui seguì l’evoluzione storica.
La fondazione di Servigliano viene attribuita a Publio Servilio Rullo, tribuno di G. Pompeo il Grande nel I secolo avanti Cristo. In realtà, resti di villa romana repubblicano-imperiale sono venuti alla luce nell’area occupata dall’ex convento minori osservanti e dall’annessa chiesa di Santa Maria del piano. La valle del Tenna risulta però già frequentata nel periodo villanoviano. La sistemazione agricola dell’attuale territorio di Servigliano avviene dopo il 30 avanti cristo, quando Ottaviano assegna ai veterani le fertili terre della media Valtenna e sorge Falerio Picenus (Piane di falerone). Resti di costruzione romana in opus cementitium sono visibili lungo la provinciale Matenana, nel tratto che conduce a curetta, la frazione che più direttamente conserva l’eredità dell’insediamento altomedievale.
Recenti ritrovamenti di manufatti litici, (ciotoli e pietre scheggiate) del paleolitico inferiore avvenuti tra il 1960 ed il 1970 da parte di archeologi di fama nazionale, in grotte ed in superfici lungo le pendici del Conero, in territorio di Sirolo, confermano la presenza dell’uomo in queste terre sin da epoche remotissime, che possono essere datate ad oltre centomila anni. fa. Sull’origine etimologica di Sirolo alcuni affacciano l’impotesi greca di una dea Minerva Sciras in onore della quale era stato costruito un tempio alle pendivi del Conoro, altri lo collegano al ducato di Siradia in Polonia da cui proveniva il famoso crocifisso, altri ancora al verbo di origine greca Sjro (attirare) dato che i greci erano stati attratti da queste terre. L’ipotesi più attendibile si lega all’epoca dell’Imperatore Belisario che, sconfitti i goti, nel 550 dopo Cristo, per premiare i propri condottieri, diede loro il governo ad alcuni feudi. Al condottiero Sirio affidò il feudo del Conero, dove lo stesso costruì un castello cui diede il nome di Sirolo. intorno al Mille il castello unitamente a quelli di Varano e Falconara, passò in mano dei conti Cortesi, antica famiglia di origine germanica. Il castello di Sirolo nel 1300 fu ripetutamente attaccato dal capitano di ventura Frà Morreale, che guidava agguerrite truppe francesi e tedesche, ma mai riuscì ad espugnarlo. Nel 1413 anche Malatesta tentò invano di distruggere il castello, ma inutili furono i suoi ripetuti assalti contro quei potenti bastioni e quelle solide mura, inespugnabili sia verso terra che verso il mare. Sin dal 1465 gli abitanti di Sirolo si governarono con proprie leggi a mezzo degli statuti. Successivamente il paese subì la rigida dominazione pontificia e francese e ne seguì la sorte fino all’annessione al regno Italico. Dopo la caduta di Napoleone, Sirolo ritornò sotto il dominio della Chiesa unitamente a Numana. Nel 1817 il comune di Sirolo ebbe il pieno riconoscimento e contemporaneamente l’indipendenza. Nel 1860 entrò a far parte del Regno d’Italia.
Il nome di questo castello “castrum Smerilli” sembra avere avuto origine da una certa “Smerilla signora del contado”, tuttavia qualcuno sostiene che lo smeriglio (piccolo falco delle cavità, molto aggressivo) ebbe notevole influenza sul toponimo, poiché l’uccello ancora figura sopra i cinque colli che compongono lo stemma del comune. Ma andando a ritroso nel tempo, verso il principio, scopriamo che Smerillo giocò un ruolo molto importante nel mondo romano, in quanto una miriade di monete dell’imperatore Marco Aurelio si raccolse nelle sue campagne; esimie attestazioni datano la presenza di qualche probabile accampamento militare (121-180 d.Cristo). Del resto un’antica tradizione ancora vuole che Smerillo fosse municipio confederato nelle guerre tributarie.
Spinetoli è un antico e vago castello posto su di un’amena collina presso la strada Salaria inferiore; la sua figura esterna presenta un quadrilatero tutto circondato da buone mura castellane e fortificate da un antichissimo e solido terrapieno. Spinetoli ha un’origine remotissima. Furono rinvenute nel territorio di Spinetoli tracce di ustrini romani e un sepolcreto cristiano che aveva preso il posto di una necropoli pagana. Era a Spinetoli un tempio consacrato alla dea Tellure con collegio sacerdotale. Si ammira tuttora l’antichissima porta a mezzogiorno con un fortilizio, dal quale si gode la totale veduta della meravigliosa vallata del Tronto. Nel 1425 fu preso e saccheggiato da Francesco Sforza nella sua breve “passeggiata” per questi territori.
Staffolo comincia a comparire, nei documenti diplomatici, nell’anno 1150. Le scorrerie dei barbari costrinsero gli abitanti di Staffolo a costruirsi un castello che conserva la caratteristica conformazione originale. Nel secoli XII e XIII il paese fu sotto la dominazione della locale famiglia, Cima, trasferitasi poi a Cingoli di cui si impossessò. Nel 1354 Staffolo venne assediato e saccheggiato dalle bande del condottiero Fra’Morale che vi gozzovigliò coi suoi, avendolo trovato ricco di buon vino. Restaurato dal cardinale Albornoz, il paese fu ulteriormente fortificato nel suo quattrocentesco torrione: sostenne, poi, lunghe lotte con Jesi per ragioni di confine. Nel secolo successivo, cadde in potere di Francesco Sforza, che tenne il castello per mano di Guglielmo di Baviera. Fu anche in potere dei Malatesta e nel 1517 lo troviamo saccheggiato dai Guasconi di Francesco Maria della Rovere. I guasconi di cui sopra è cenno la misero a ferro e fuoco.
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