Storia dei comuni
A, B, C, D, E, F, G, H, I, J, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V, Z
P
|
|
|
|
|
Situato sulla cima di un poggio tra le valli dei torrenti Chiaro e Fluzione, affluenti del Tronto, Palliano è un paese agricolo del Subappennino marchigiano che succede nella storia (e quindi nelle citazioni) al vicino abitato di Castel San Pietro (un caposaldo ascolano, costruito come fortezza avanzata contro l’espansionismo di Fermo). La fondazione di Palliano risale, invece, alla fine del 1400 e fu opera dei monaci dell’abbazia di Farfa. Conobbe momenti di pace aternati ad altri di conflitti confinari e piccole dispute. I danni maggiori li subì nel 1779, quando fu messo a ferro e fuoco dalla soldataglia dello Stato Pontificio.
Un passato illustre di Pedaso. Il castrum Vetulum, il castello che sorgeva sul monte Serrone, risulta esistere già intorno al 1000. I pedalini, pescatori e commercianti lo sono da secoli. Già alla fine del 1700, e più precisamente quando, “minacciando rovina il castello situato sul più alto pendio del monte per l’immediato sottoposto dirupo”, ne venne fatto traslocare l’incasato nella parte pianeggiante. Nacque, così, il primo nucleo del borgo a ridosso del mare che sarebbe poi diventato Pedaso. Fu così che i pedasani, avvicinatisi ancor più all’Adriatico, diventarono, poco alla volta, gente di mare gente che del mare viveva, che in esso spesso moriva, che del mare conosceva tutti i segreti.
La natura del territorio di Peglio è collinosa, attraversata dal Metauro con molti laghetti artificiali. Pegli è l’antico “Castrum Pilei” (forse da “Pileum” berretto militare). Probabilmente di origine longobarda seguì sempre le vicende storiche di Urbania. Nel 1956 circa venne preso dal conte Nolfo di Urbino che aiutava l’Albornoz nella riconquista della Massa Tra baria.
Pennabilli nasce nel 1350 dalla fusione dei due castelli, Penna e Billi. L’abitato del Billi affonda le sue radici nell’oscurità della preistoria, quello di Penna nasce attorno al V° e VI° secolo dopo Cristo, ed è considerato il primo castello dei Malatesta, tanto che questa città è universalmente riconosciuta come patria di origine di Casa Malatesta i cui discendenti fondarono una delle più illustri e potenti famiglie principesche d’Italia. Questo comune assunse per stemma, in omaggio ai conti di Montefeltro, signori di Urbino, l’aquila feltresca, dominante le due torri di Penna e Billi fin dal XV° secolo, fin da quando cioè i Montefeltro divennero signori anche di Pennabilli. Dalla fine del Cinquecento Pennabilli è sede vescovile della diocesi di Montefeltro (ora diocesi san Marino-Montefeltro). Questo Piccolo ma glorioso comune cadde, di volta in volta, in possesso di vari feudatari: i Carpegna, i Maltesta, i Montefeltro, i Medici, la Chiesa.
Il nome Penna probabilmente risale all’etimologia celtica di “luogo posto su altura scoscesa, monte o rocca”; certo è che nel XIII° secolo il paese veniva indifferentemente chiamato “Castel della Penna” o “Castello del Monte di San Giovanni”. Da testimonianze rinvenute sul luogo, le origini risalgono probabilmente al I-II secolo dopo Cristo, come distretto della colonia romania Faleria. Nel XII secolo Penna San Giovanni era un’importante fortezza sotto la signoria della famiglia dei conti di Camerino; testimonianza di quel periodo sono i resti della Rocca visibili sulla sommità del monte. Dal 1356 al 1416 il paese è sotto il dominio dei Varano di camerino, nel 1434 sotto quello di Francesco Sforza che verrà cacciato da territorio fermano di cui Penna faceva parte nel 1455.
Pergola fu edificata nella prima metà del secolo XIII° per creare posti di lavoro e commerci alla esuberante popolazione dei villaggi limitrofi e di Gubbio. Quale libero comune, il territorio fu saccheggiato dalle famigerate compagnie di ventura; dal 1385 al 1446 fu dominata dai Malatesta; nel 1508 ed ai Della Rovere sino al 1631, anno in cui tornò a fare parte dello Stato Pontificio. Nel 1502 subì una breve occupazione da Cesare Borgia che nella rocca vi strangolò Giulio Cesare Varano signore di Camerino ed i figli di Piero, Venanzo ed Annibale. Pergola ebbe gli onori e le prerogative di città nel 1752; nel 1796 vi fu istituita una zecca pontificia (utilizzata poi dalle truppe francesi); fece parte del Regno Italico con capitale Milano dal 1808 al 1814; divenne sede vescovile nel 1819 in con cattedra con Cagli. Nel 1869 furono soppressi i limitrofi comuni di Fenigli, Monterolo, Montevecchio e Montesecco, ed i rispettivi territori incorporati nel comune pergolese.
La tradizione etnografica locale vuole che gli abitanti di Pesaro discendano dal comune ceppo della gente picene (presenza attestata dall’imponente necropoli Novilara) che in quest’area venne in contatto con i Galli Senoni. Ma nei documenti ufficiali la città vide ricordata per la prima volta sono nel 184 avanti Cristo come colonia romana con il nome di Pisarum (nome latino del fiume Foglia). Una volta insediati i coloni, i triunviri Marco Fulvio Flacco, Quinto Fulvio Nobiliare e Flavio La beone spartirono l’ager conquistato ai Senoni. Pisarum ebbe la dignità di municipio nel corso nel corso della seconda guerra sociale (89 avanti Cristo) e fu ascritto nella tribù Camilla. La città fu assediata e conquistata dagli Eruli di Odoacre nel 476, anno della deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore d’Occidente. Successivamente sperimentò la barbarie dei Goti di Teodorico e di quelli di Vitige, che la rase al suolo. Ricostruita da Belisario dal 553 al 751 fece parte della Pentacoli marittima, sotto la diretta giurisdizione dell’Esacra ravennate, insieme con Rimini, Fano, Senigallia e Ancona. Conquistata dai re longobardi Liutprando (726) e Astolfo (752), passò ai Franchi che se ne impossessarono con Pipino (754) e ne fecero donazione alla chiesa (beneficio confermato da Carlo Magno nel 774). L’evoluzione verso il libero comune comincia a prendere forma sotto lo stesso dominio pontificio, che continua nei secoli successivi, seppure con la presenza di un rappresentante imperiale. La rissosa oligarchia interna per tutto il 1200 comanda le opposte fazioni, guelfe e ghibelline. Signori della città in questo periodo furono Azzo VI d’Este, investito da Innocenzo III nel 1210, Federico II, alleato della Lega Guelfa e Manfredi nel 1250. Una dispotica signoria, che tuttavia contribuì al progresso sociale ed economico di Pesaro, vi fu instaurata nel 1285 da un Malatesta (lo Sciancato). Il casato, anche grazie al vicariato concesso da cardinale Albornoz, tenne la città per un secolo e mezzo. Nel 1445 Galeazzo Malatesta, minacciato da una parte da Sigismondo Pandolfo Malatesta, signore di Rimini, e dall’altra dai Montefeltro, vendette il suo Stato a Francesco Sforza. La nuova signoria fu confermata dalla Chiesa un paio di anni più tardi. Fatta eccezione per la fugace dominazine di Valentino Borgia, gli Sforza mantennero il governo della città fino al 1513, anno in cui Pesaro venne concessa in feudo da Giulio II al nipote Francesco Maria della Rovere. Questi, che già controllava Senigallia ed Urbino, trasferì nel nuovo dominio la corte, dando così impulso edilizio ed all’economia. Pesaro tornò in possesso dello Stato Pontificio solo alla morte dell’ultimo duca, Francesco Maria II (1631). Fino al 1796, anno dell’avvento di Napoleone, non sono statisegnalati altri avvenimenti storici degni di nota. La città fece parte della repubblica romana, di quella Cisalpina e del Regno d’Italia. Caduto Murat, di cui seguì le vicende fino all’annessione al Regno d’Italia.
Petriano è posto, nel territorio collinare, sul versante destro del torrente Apsa. La prima notizia la si rinviene nella pergamena del B. Mainardo nel 1069 con cui il vescovo confermava al capitolo del duomo il possesso di alcune chiese tra cui “Sancto Martini in Petriano”. Dal 1219 entra a far parte dello Stato d’Urbino e di quello seguirà tutte le vicende. Con l’unità d’Italia nel 1860 Petriano diventò comune a tutti gli effetti. Soppresso dal regime fascista per aggregarlo a “Colbordolo”, riprenderà la sua autonomia dopo la seconda guerra mondiale con notevole sviluppo edilizio e industriale del suo territorio, in particolare a Gallo.
Petriolo, centro agricolo del Subappennino marchigiano situato tra le valli dei torrenti Piastra e Cremone, è citato da fonti del IX e X secolo. Dal 1341 divenne feudo di Fermo, cui fu venduto dal casato De Nobili, ricordati tra i più antichi signori del paese. Tenendo conto del modesto insediamento demico godette di privilegi eccezionali, quali l’elezione di propri podestà e vicari. Rimase tuttavia sempre possedimento di Fermo, (confermato da papa Gregorio XIII nel 1578) alla cui storia fu vincolato fino al piccolo centro, per secoli, quei sanguinosi scontri di confine che hanno caratterizzato le vicende medievali dei comuni maggiori.
Petrioli ebbe origine da monaci Farfensi intorno all’anno 1000, col nome di Castel Rodolfo, forse dal nome di un monaco feudatario. Successivamente il nome Petrioli venne dalla fusione dei tre castelli di Petrosa, Petraia, Petrollavia. Restò sotto il dominio feudale dei Ferfensi fin quando non passò a Trabsarico, barone di Saltareccia, imparentato ai potenti signori di Brunforte. Ceduto al vescovo Ermanno di Fermo nel 1055, restò sotto la giurisdizione dei vescovi fermani fino al 1198, quando tornò ai monaci Ferfensi ed Innocenzo III confermò con la bolla il possesso. Dopo il 1252 cadde sotto il dominio di Federico II e quindi di Fermo fino al 1537, quando il pontefice Paolo III privò Fermo, ribelle, del suo stato e comitato.
Il paese Piagge è a cavallo tra i due versanti del Metauro e del Cesano, fra luoghi aspri e scoscesi, a circa 200 metri di altitudine; il suo nome viene dal latino Platea-Pladearum. La tradizione accenna all’esistenza su queste colline di un’antica città chiamata Lubacaria, distrutta da Alarico re dei Goti, e della quale affiorano avanzi nella frazione di Cerbara. Gli abitanti scampati all’eccidio costruirono nuove abitazioni nella vicina collina ove ora sorge Piagge. Nel 1227 il castello di Lubacaria fu diroccato dagli stessi abitanti, a ciò costretti per poter usufruire della cittadinanza danese. In seguito, sulle rovine, fu rifabbricato il castello di Piagge, che però rimase sotto la giurisdizione dei monaci di San Paterniano.
Piandimeleto sorge nell’alta valle del fiume Foglia in territorio principalmente collinoso, tranne il pianoro su cui sorge il capoluogo. Vi sono due sorgenti d’acqua in frazione Cavoleto e a Pontedoccia. Storicamente Planus Mileti fu dei conti Oliva che scesero in Italia al seguito dell’Imperatore Ottone III. Gli Oliva ne ottennero poi l’investitura da regorio IX. Il castello fu distrutto da Francesco Sforza nel 1445 e ricostruito poi da Carlo Oliva.
Il nome di Pietrarubbia discende storicamente dal castello posto sul versante orientale del monte Carpegna, dominante la vallata del torrente Apsa e sovrastante le strade di accesso al valico di Carpegna, punto obbligato della viabilità tra l’alto bacino della valle Foglia e quella del Parecchia. Il toponimo di Pietrarubbia, o Pietra Rubbia, è di derivazione latina (petra rubra cioè pietra rossa) e trae origine dal caratteristico colore rossiccio dell’ammasso pietroso su cui sorge il castello con l’annesso borgo. Geologicamente lo sperone roccioso di Pietrarubbia è costituito da conglomerati calcarei rossastri, legati insieme da arenaria e risalenti al messiniano. IL castello di Pietrarubbia è il più antico del Montefeltro in quanto esistente già nel V secolo.
Probabilmente le origini risalgono al I – II secolo dopo Cristo. È pensabile un nucleo di romanicità di una certa importanza e l’esistenza di un culto organizzato della divinità imperiale. Conquistato molto presto dal cristianesimo si suppone che divenisse un piccolo centro con una comunità religiosa. Nel 1213 San Francesco vi fondò una comunità. All’età delle signorie ne pretesero il possesso molti casati per la sua posizione geografica. Nel XV secolo vi si incontrarono i capitani di ventura Sforza e Piccinini. I Da Varano di Camerino vi ottennero la supremazia contro i signori di Spoleto e ne fecero una loro roccaforte.
Pieve Torina è caratterizzata da natali che ne fanno risalire le origini ai vici romani. Nel territorio interessanti e numerosi sono stati comunque i ritrovamenti di reperti archeologici risalenti al periodo neolitico e dell’età del bronzo (1800 a.C.). Certamente Pieve Torina fece parte della civiltà subappenninica. Prese forma di agglomerato di villaggi legati ai castelli già prima del secolo XIII.
Piobbico è posto nell’alta valle del fiume Candigliano alla confluenza col torrente Biscubio. Laghi artificiali, grotte, una sorgente d’acqua nella valle Infernaccio lo caratterizzano. Dalla prima metà del XII secolo appartenne alla famosa famiglia Brancaleoni, che estesero la signoria anche su buona parte della Massa Tra baria, vi rimasero sino al 1816. Anticamente era formato dal castello Brancaleoni e dal borgo sottostante, poi col passare degli anni si è sempre più sviluppato. La prima parte comprende piazza Sant’Antonio, la vecchia sede municipale, l’ospedale, via Roma, la parte nuovissima, con la nuova sede municipale la via Santa Maria ed altre sono di recente costruzione, dal 1960 in poi.
Di Pioraco, la Prolaqueum dei Romani, si hanno riferimenti protostorici databili al proto-villanoviano: nei pressi dell’abitato attuale è stata rinvenuta una grotta con manufatti bronzei. Il nome latino significa “vicino al lago” e si riferisce allo specchio d’acqua che un tempo il fiume Potenza formava a monte dell’abitato, lungo la direttrice della via Flaminia da cui erano collegate Nuceria (l’attuale Nocera Umbra) e Sptempeda (San Severino Marche). Del periodo romano in buono stato di conservazione resta un ponte fatto fare sotto Augusto. Discreta importanza Pioraco l’ebbe pure nel Medioevo, epoca cui risale il castello della famiglia magnatizia dei Varano. Vi nacque (secolo XIII) l’insigne scultore Armanno da Pioraco.
La scoperta dovuta a P.Grazi della tomba di un guerriero piceno e di notevoli reperti (armature, fibule, lame di pugnale, vasellame) testimoniano la presenza in questo territorio di un insediamento umano fin da cinquecento anni prima di Cristo. Esistono inoltre le prove del perdurare della vita durante l’impero romano ed anche nei primi tre secoli del cristianesimo come testimoniano alcune tessere paleocristiane rinvenute casualmente nel 1956 durante i lavori di ristrutturazione della rete fognaria all’interno della cinta muraria del castello.
L’antico Podium Ficanum dei Romani, chiamato fino al 1927 Ficano, oggi chiamata Poggio San Vicino, nei primi secoli dopo il Mille fece parte dei possedimenti dell’Abbazia di Val Castro, per passare in un secondo momento al Distretto di Apiro. Una citazione piuttosto particolareggiata accenna a questo centro agricolo dell’Appennino marchigiano nel 1306. Nel 1346 fu sottoposto alla signoria degli Smeducci, cui rimase per ottant’anni. Fece poi parte della giurisdizione del comune di San Severino. Ottenne l’autonomia con il Regno Italico. Divenuto possesso dello Stato Pontificio, una volta riunificato allo Stato italiano fece parte amministrativamente del comune di Apiro dal 1929 al 1948.
Fino al 1862 si chiamò Montemilone poi si decise di ripescare la denominazione classica. Tracce di un insediamento demico risalente all’età del bronzo sono presenti in località Monte Francolo (numerosi reperti); la civiltà lasciata dalla gente picena è attestata dall’esistenza di una necropoli ad inumazione con tombe a circolo e corredi scoperti in località Moie. L’origine dell’attuale centro abitato, che si ricollega alla romana Pollentia (che però è un po’ più a valle e fu rasa al suolo dai barbari), risale all’incirca al Mille. Borgo fortificato, lottò per questioni confinarie con Treia e Tolentino e fu semidistrutto da un incendio. Poi seguì le vicende degli altri comuni della zona.
Nell’antichità il territorio di Polverigi (un tempo chiamato Polvericci per la natura sabbiosa del tereno su cui sorge) doveva essere poco abitato, poco coltivato e coperto in parte da selve e boscaglie; sono state ritrovate infatti tracce di antiche fornaci per fare il carbone. Questo luogo solitario favorì l’arrivo di molti eremiti e si sa per certo che nell’853 esisteva su una colina, a breve distanza dall’attuale paese, la chiesa parrocchiale di San Damiano, ufficiata dai monaci Avellaniti. Dopo l’anno Mille i monaci si trasferirono nel vicino “pagus” (villaggio) in “fundo Campoliano” nel luogo dell’attuale Polverigi e vi fondarono la nuova chiesa parrocchiale dedicata a Sant’Antonio. Nello stesso periodo si stava lavorando alla costruzione del castello e questo è confermato dal ritrovamento al suo interno di una moneta del doge Faliero e di un amttone con incisa la data A:D. 1141. Ala fine del secolo XII i lavori per la costruzione del castello sono sicuramente terminati e nel 1202 proprio “Apud Castrum Pulverisiae” (presso il castello di Polverigi) venne stipulato tra numerose città marchigiane un patto di pace che pose termine alle lotte di Ancona e dei suoi alleati contro Osimo e Fermo. Dell’antico castello restano le strutture essenziali adattate ad uso di abitazione e quindi sono scomparse le torri, le merlate e le feritoie. È rimasta intatta la porta d’ingresso, con arco a tutto sesto, che una volta era munita di ponte levatoio e saracinesca. La torre dell’orologio è stata ricostruita in tempi recenti. Il castello fu più volte soggetto ad aggressioni e spogliazioni durante le guerre tra guelfi e ghibellini, la più terribile avvenne nel 1323 quando un avventuriero detto “lo schiavo” operò anche una strage di abitanti. L’anno seguente il castello di Polverigi preferì mettersi sotto la protezione di Ancona mantenendo sempre con questa città buoni rapporti; proprio per questa fedeltà fu saccheggiato nel 1517 da Ludovico di Fermo durante la guerra per il ducato di Urbino. Dei secoli seguenti non si conoscono fatti di particolare importanza e la storia di Polverigi seguì quella di Ancona.
Ponzano subì il dominio dell’Abazia di Farfa e già attorno al Mille è ricordato tra i possedimenti del vescovo di Fermo. Nel periodo successivo, Ponzano restò legato a questa città. Nel 1407 il vicelegato della Marca lo occupò. La cittadina si ribellò al pesante giogo di Carlo Malatesta pochi anni più tardi, nel 1416, venendo però saccheggiata. La sua storia seguente fu tale da essere assimilata agli altri centri della zona, dei quali seguì sostanzialmente il cammino.
Situato sulla sinistra della foce del fiume Potenza, Porto Recanati si presenta come un popoloso ed illustri centro nonché primaria stazione balneare. Sorto nei pressi della romana Potentia (184 a.C., restano pochi ruderi ed un ponte, incorporati in una casa colonica), al tempo di Federico II era accentrata dal castello verso il mare. Il cento abitato di Porto Recanati cominciò a sorgere quando Federico II nel 1229 donò a Recanati quella parte del lido adriatico compresa tra il fiume Aspio e il Potenza. Nel 1505 prese il nome di Porto Giulio in onore del papa Giulio II. Il 1474 sembra sia l’anno di costruzione del castello svevo sorto a difesa delle terre picene contri gli agguerriti predoni che venivano dal mare. Nel secolo XVI il castello, posto a guardia dei tesori del tempio laureano, subì incursioni barbaresche. Una iscrizione posta sulla faccia del castello ricorda la partecipazione di 108 uomini di pOrto Recanati alla battaglia di Lepanto. Porto Recanati conserva ancora tutte le caratteristiche originali del suo ambiente e della sua gente. Accanto alle nuove costruzioni si possono scoprire angoli suggestivi e pittoreschi.
Risulta da documenti conservati presso l’archivio di Stato di Fermo che Porto San Giorgio ebbe una sicura esistenza nel Medioevo. Sorse per la difesa con il suo castello e la sua rocca, di un centro operoso ed attivo quale era Fermo e del quale rappresentava anche il porto. Determinante fu l’influenza dei pescatori veneti ai quali è attribuita da alcuni storici la fondazione della città. Essi svilupparono l’attività peschereccia ed allargarono le relazioni che già esistevano tra la zona e l’Alto Adriatico. E proprio ad un veneto, governatore di Fermo, Lorenzo Tiepolo, si deve la costruzione della rocca a difesa del litorale. Si era nel 1267. L’iscrizione, posta sull’arco della porta d’ingresso, documentata, oltre alla data della costruzione, l’esistenza di un porto dotato di naviglio, protetto da un castello su cui esercitava la sua giurisdizione la città di Fermo. Strettamente legate a Fermo furono le vicende della città fino all’età moderna. Intanto si era formato quel lembo di fascia costiera su cui oggi si estende la maggior parte dell’abitato. Data importante per la cittadina fu il 15 gennaio 1865, quando venne costituita la Società Operaia di Mutuo Soccorso, il cui primo presidente onorato fu Giuseppe Garibaldi. Da allora la società si è resa benemerita di molte iniziative assistenziali, culturali e promozionali a vantaggio dell’intera cittadinanza. Ancor oggi essa offre una presenza efficace e dinamica della società realtà sangiorgese. La crescita del centro fu lenta fino al 1870. Infatti nel 1700 contava 2000 abitanti e 4000 nel 1800, diminuita a 3231 nel 1865 a causa dell’emigrazione. Subito però inizia l’espansione verso il mare. Le case sorgono in lunghe file parallele alla linea di costa, separate da ampie vie ad andamento rettilineo con intersezioni perpendicolari e tale struttura è del resto ancora evidente nel tessuto urbanistico della cittadina. L’espansione urbana è il segno di un notevole incremento demografico e di una nuova vivacità economica. A ciò avevano concorso la realizzazione della ferrovia litoranea, avvenuta tra il 1860 ed il 1870, la sistemazione della esistente strada Lauretana in una poderosa via di traffico nord-sud nella nuova realtà dello Stato Italiano, il potenziamento delle attività agricole, specie nel settore dei cereali, della vite, della orticoltura e lo sviluppo della pesca. Fiorivano poi alcune imprese artigianali, quali quelle dei saponi e delle paste alimentari, l’estrazione dell’olio dalle sanse e la preparazione dei liquori, la lavorazione dei cordami da pesca e l’industria dei laterizi. All’alba del secolo XX° nacque la moda della balneazione, e Porto San Giorgio, con la sua spiaggia a sabbia sottile, divenne una attraente centro di richiamo estivo e di villeggiatura. Nuove costruzioni furono erette e l’incasato superò il limite indicato dalla ferrovia dando via via agli attuali vasti quartieri di Marina nord e Marina sud. Nel dopoguerra poi, Porto San Giorgio ha operato una costante crescita demografica ed è diventata un forte polo di attrazione migratoria specie dalle zone interne della parte settentrionale della provincia di Ascoli Piceno.
Ma se la storia di un paese è la vicenda di tutti gli uomini che vi sono vissuti, c’è sempre qualcuno che, fra i tanti, per qualche motivo emerge per aver lasciato una traccia duratura. A volte la ragione è da trovare nella importanza delle opere compiute, altre nella generosità nell’arricchire di opere e di fama la città di origine e talvolta, nella maggiore fortuna. Porto San Giorgio può annoverare fra i suoi uomini illustri, tra gli altri: il pittore del secolo XIX° Francesco Trevisani; Pio Panfili, altro valente pittore oltre che insegne architetto, vissuto verso la fine del Settecento e i primi anni dell’Ottocento; Sigismondo Nardi, che fu collaboratore di Cesare Maccari nell’affrescare la basilica di Loreto; l’ornitologo Tommaso Salvatori Paleotti; Francesco Olivieri, l’ideatore della famosa <<Anisina>>; Liberato Trevisani, che a proprie spese fece erigere la chiesa di San Liberato che sorgeva davanti alla villa Pelagallo; un altro Trevisani, Giovanni, fece costruire la chiesa delle Anime Sante e un cappuccino, Fra’Angelo, scrisse la vita del Beato Bernardo di Affida. A luigi Salvatori Paleotti si deve la bonifica del territorio litoraneo della cittadina.
A Porto Sant’Elpidio furono rinvenuti in passato i resti di una necropoli picena, testimonianza diretta della caratterizzazione del territorio. Segnali <<ufficiali>> del paese si riscontrano in una bolla papale firmata da Innocenzo IV° nel 1252, il quale concedeva agli abitanti del centro il diritto di costruire un porto. La cittadina venne citata nel 1416 come importante scalo marittimo, un punto di riferimento per tutta la zona. Nella prima parte del Seicento, pOrto Sant’Elpidio ebbe una propria dogana. L’autonomia amministrativa dal comune di Sant’Elpidio arrivò solamente in epoca recente, per la precisione nel 1951. Questo centro costiero ha vissuto un singolare sviluppo urbanistico, avendo fatto della strada statale Adriatica la sua spina dorsale.
Già al tempo di Roma, prima di salire il colle di san Giovanni, era stata una florida città romana, i cui resti stanno oggi venendo alla luce e stanno a testimoniare l’importanza di questa città, porto importante tra l’Italia ed i Balcani, punto commerciale vivissimo per l’Oriente, di notevole rilevanza, tanto da essere più volte ricordata da molti storici di Roma, come Tito Livio, Cicerone, Stradone ed altri. Fu costruita nel 569 dalla fondazione di Roma (184 a.C.) sotto il triunvirato di Fabio La beone, Fulvio Nobiliare e Quinto Fabio Flacco. Ebbe rilevanza anche nel campo religioso, tanto che, già sede vescovile, negli anni 419-422 il vescovo potentino Faustino fu inviato, quale legato pontificio dal papa S. Zosimo, al concilio di cartagine, al quale partecipò anche il grande dottore della Chiesa Sant’Agostino, vescovo di Ippona. Oggi è ancora sede vescovile onoraria. Distrutta nel 568 dalle truppe di Albonio, re dei Longobardi, scesi dal nord, fu ricostruita sull’attuale colle col nome di Castel San Giovanni, successivamente chiamato Montesanto, nome che conservò fino al 27 novembre 1862, quando lo cambiò definitivamente in Potenza Picena, ritornando alle sue antiche origini.
info: marcha@altervista.org