Storia dei comuni
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Pur sostenendo che macerata sia sorta dopo la distruzione della romana Helvia recina avvenuta nel 408 dopo cristo, le sue origini sono da ritenersi più correttamente altomedievali. Infatti, circa nella seconda metà del X° secolo, si hanno le prime notizie di una “Terra de Maceriatinis” e di un “Podium Sancti juliani”, due centri che, sottraendosi alla autorità del vescovo di Fermo, intorno al 1138, si unirono costituendosi comune. Con gli anni, il territorio comunale si ampliò notevolmente, tanto che nel 1290 vi sorse uno “Studium Legum” premessa per la nascita della famosa università e, nel 1320, il papa giovanni XXII° vi concesse la sede vescovile, innalzando Macerata al grado di città. Subita la dominazione della famiglia Sforza, nel 1445 Macerata si consegnò ai rappresentanti della Santa Sede da cui ottenne di poter diventare sede dei Cardinali Legati che già amministravano parte della regione. Da allora e per tutto il secolo XVI° la città registrò un grande sviluppo economico ed edilizio, le cui tracce si riscontrano nella costruzione di numerosi palazzi gentilizi, della bellissima Loggia dei Mercanti, del palazzo del Governo. Nel Seicento invece, Macerata subì un accentuato decadimento, la cui maggiore conseguenza fu la riduzione della sede legatizia a semplice governatorato. Successivamente, la città recepì le idee illuministiche del secolo XVIII°, cui seguirono le correnti giansenistiche e quindi quelle giacobine, tanto che i maceratesi accolsero con entusiasmo le truppe Napoleoniche. Ma contro la prepotente dominazione transalpina la popolazione insorse, subendo un terribile assedio che culminò il 5 luglio del 1799 con la strage di Macerata. Dopo il precario ristabilimento del governo pontificio, la città nel 1808 entrò a far parte del Regno Italico sino al 1814, quando Gioacchino Murat se ne impadronì. Sconfitto nella battaglia della Rancia del 1815, il governo Murat aveva avuto comunque tempo di seminare idee indipendentisti che determinarono nel luglio del 1817 a Macerata il primo moto rivoluzionario del Risorgimento italiano. Dopo il giorno del governo pontificio, Macerata restò solo per pochi decenni sotto la dominazione del Papato sino a quando il suo territorio non venne annesso al Regno di Sardegna dopo la famosa battaglia di Castelfidardo. Notevole è stato il contributo di vite umane dato alla città per le lotte indipendentistiche del Risorgimento, tant’è che Garibaldi costituì proprio nella nostra città la famosa legione maceratese che prese parte, poi, ad alcune delle più importanti battaglie condotte dall’eroe dei due mondi. La città ha preso attivamente parte anche alle due guerre mondiali. Dopo la liberazione avvenuta, avvenuta il 30 giugno 1944, Macerata si è andata sviluppando in modo costante ed omogeneo, dando impulso alla sua vocazione di centro agricolo, commerciale e culturale, aperto al progresso e ad una equilibrata crescita socio-economica.
Dalle rovine del municipio romano Pitinum Pisaurense, fondato forse dai Pelasgi, mitico popolo venuto dal mare, e distrutto prima del 552 dai Goti, comandati da Vitige, nasce, sulle pendici del monte Persena, dapprima il nucleo medievale denominato Castello, e nel 1500 il Borgo cittadino di Amcerata Feltria. Uno dei primi comuni liberi dell’Italia centrale, si sottomise a Rimini nel 1233 e partecipa sotto la guida della famiglia Gaboardi, alle guerre tra i Montefeltro e i Malatesta. Nel 1280 fa parte della Lega guelfa tra Carlo d’Angiò. Firenze e i Malatesta: come p ricordato dagli stemmi nel portale del Palazzo del Podestà. Nell’agosto del 1459 il celebre capitano di ventura Giacomo Piccinino, la occupa per conto del duca Federico II°, ma lo stesso Sigismondo Malatesta di persona provvede a riprenderla. Comunque nel maggio 1463 avviene la definitiva conquista di Macerata Feltria da parte di Federico II°. Nel 1506 papa Giulio II° della rovere la visita, suscitando grande fervore mistico nella popolazione. Nel 1631 entra a far parte dello Stato della Chiesa, alla quale dà due vescovi: Mario Maffei e Bartolomeo Beccari.
con il nome di Castrum Malleani nel Medioevo Magliano fu possedimento del comune di Fermo (dal 1229 al 1244) dopo aver fatto parte a lungo dell’abbazia di Farfa. Al grande comune limitrofo Magliano fu confermato fino alla fine del XIV° secolo. per tre ani (1413-1426) subì l’occupazione di Carlo Malatesta e dal 1433 al 1446 entrò a far parte dei domini di Francesco Sforza. Finito il periodo più burrascoso di conquiste e occupazioni seguì le sorti di Fermo, da cui fu protetto in caso di pericolo, ma a cui dovette sempre pagare un tributo morale e materiale. Delle fortificazioni del dodicesimo e tredicesimo secolo si fa ancora apprezzare per lo stato di conservazione la cinta muraria, completa di porte e torrioni.
Al pari di quasi tutti i piccoli centri del Subappennino marchigiano Maiolati Spuntini (all’antico nome di Maiolati si aggiunse, nel 1939, quello di Spuntini, per aver dato i natali al famoso musicista), nacque come borgo fortificato nel Medioevo. Nel XV° secolo venne trasformato in piazzaforte dalla setta protestante dei Fraticelli, che papa Martino V° fece sgominare nel 1428. Il periodo più significativo della storia di Vaiolati è legato a quella di Jesi, di cui seguì le alterne vicende per tutto il Medioevo. Di notevole, dell’epoca più antica, si conservano tratti di mura, recanti più di altri centri marchigiani i segni del tempo e della storia. Di frequente Maiolati è luogo di appuntamento per commemorazioni di Gaspare Spuntini
Fin dal 962 si apprende dell’esistenza di Maiolo in quanto, assieme ad altri territori, venne infeudato da Ottone I° a Ulderico di Carpegna. Furono poi i Montefeltro a fortificare definitivamente il luogo che in seguito fu anche dei Malatesta. Intorno alla metà del Quattrocento venne messo al sacco dai soldati del re di Napoli che combattevano per Federico. Seguì poi con il centro di Antico (dominio degli Oliva) le vicende storiche generali del montefeltro. Acquistò autonomia amministrativa nel 1947. Tra i personaggi illustri, vanno segnalatiPietro Franciosi (1865-1935) storico locale e Maiolo Cucci (1865-1935) medaglia d’argebnto al valore Militare.
La sua fama più remota Malignano, piccolo centro agricolo dell’Appennino marchigiano, la deve al fatto d’essere stato oggetto di donazione da parte dei re carolingi (carlo Magno e Lotario) al capitolo della cattedrale di Ascoli. Donazione confermata dallo stesso Federico I°. Il castello, di mirabile fattura, fu messo a sacco nel 1265 dalla soldataglia di Manfredi e circa tre secoli dopo fu definitivamente occupato dal duca d’Alba. Il paese parzialmente distrutto da violente scosse telluriche nel 1703, fu possedimento del capitolo della cattedrale fino al 1815. La storia di Maltignano, nel corso dei secoli, non disgiunta da quella di Ascoli, da cui dista solo 12 chilometri.
Non si hanno notizie certe su Massa Fermana anteriori all’anno 1050, anno in cui il castello era già sottoposto alla giurisdizione ecclesiastica dei vescovi di Fermo. In appoggio a documenti autentici si può asserire che il castello, fin dai tempi più remoti, appartenne alla potente famiglia dei Brunforte. Nel 1222, Massa si unì con Mogliano, Gabbiano e Mone Verde per marciare contro la minaccia di Federico II°. Poco dopo, però, scomparsa la minaccia dell’invasione da parte dell’imperatore, la città di Fermo venne a parte coi signorotti. Poi, nell’anno 1252, Massa si dette spontaneamente a Fermo per non soffrire più oltre le continue violenze di Goglielmo, suo signore. massa dovette sottostare alla città di Fermo di cui seguì le vicende fino al secolo XVIII°.
Situato su un poggio alla sinistra del torrente Menocchia, Massignano conserva nella memoria collettiva dei suoi abitanti l’esito delle infauste battaglie con gli ascolani, che più di una volta lo devastarono, impedendone così lo sviluppo. A testimonianza dell’antichità dell’insediamento umano nel territorio massignanese è stato rinvenuto di frequente materiale archeologico d’epoca preoromana e romana. Nel Medioevo il paese fu oggetto di dispute tra i signori locali. Nel 1229 se ne impossessò Ripatransone. entrato a far parte dei domini di Manfredi fu da questi concesso nel 1258 a Fermo.
Eretta a comune intorno al 1150, quando alcuni cittadini sostituirono con dei consoli il potere dei conti mandati dall’imperatore tedesco agli albori del secolo XII°, che avevano il compito di governare i centri minori della Marca di Ancona e dipendevano direttamente da un marchese tedesco di nomina imperiale. Tra il 1170 e il 1180 Matelica fu distrutta dal cristiano arcivescovo di Magonza che operava nelle Marche per ristabilire il potere dell’imperatore Federico I°. una nuova autonomia comunale viene ristabilita intorno al 1210. Nel 1266, con il ristabilimento dell’autorità pontificia nella Marca, anche Matelica passa sotto le dirette dipendenze della Santa Sede. Pure questo centro si trasforma, come in tutta l’Italia centrale, passando dal potere comunale a quello signorile. Dalla fine del secolo XIV° fu soggetta alla dominazione della famiglia della famiglia Ottoni, vicari pontifici. In questo periodo una delle principali fonti di ricchezza della città erano le fabbriche di “panni lana” L’economia, dopo il ritorno nel 1578 sotto il diretto dominio della Chiesa, iniziò a decadere. La città dal 1610 fu sede di un Governatore di Breve, ma questo privilegio non migliorò le sue industrie In realtà una ripresa di tipo economico sembrò arridere alla città nel corso del secolo XVIII°, ma l’invasione francese prima e le lotte per l’unità nazionale poi portarono ad un completo decadimento dell’industria dei panni lana che aveva prosperato fin dal Medioevo.
Mercatello sul Metauro anticamente era conosciuto come Pive d’Ico (forse dall’icona della Madonna delle Grazie che si conserva nella collegiata) ed esisteva già prima del secolo XII°. Vi si rifugiò papa Alessandro III° in lotta col Barbarossa sotto la signoria dei Brancaleoni. Fu una roccaforte difensiva della Massa Tra baria a cui appartenne sino al 1437. Dopo il matrimonio di Gentile Brancaleoni, Mercatello passò agli Urbinati e, quindi, infeudato alla famiglia Ubaldini, seguì sempre le sorti di quella città (tranne una breve parentesi quando fu unito a Città di Castello da papa Leone X).
Mercatino Conca, situato lungo la media valle del fiume conca alla confluenza col rio Tassona, appartenne in epoca medievale alla famiglia dei Malatesta. L’antico castello è conosciuto fin dal 1272. Proprio il castello andò distrutto nel 1462 per opera di federoico da Montefeltro, che con le sue truppe riuscì a ridurlo alla sottomissione. Il dominio dei Montefeltro e dei Della Rovere durò per due secoli, mentre il fiume Conca, andato spostandosi sempre più verso destra, dava una consistenza sempre maggiore all’alveo abbandonato. Il paese seguì praticamente le vicende storiche del ducato di Urbino e fu caratterizzato sul piano economico da piccoli commerci e scambi grazie alla felice collocazione geografica.
Mergo fu un centro che conobbe il suo sviluppo in epoca medievale. Attorno al castello sorse l’agglomerato che poi rappresenta la base per l’insediamento odierno. Mergo comunque fece sempre parte del contado di Jesi. In periodo recente il paese fu unito al comune di Rosola, per la precisione negli anni che vanno dal 1928 al 1946. Attualmente i resti che testimoniano l’origine di Mergo sono rappresentati da tratti dell’antica cinta muraria, edificata in età medievale. Nei dintorni del borgo esistono inoltre i resti del castello, centro focale della vita economica e sociale nell’Evo di Mezzo.
Tra le valli del Cremone e dell’Ete Morto sorge Mogliano, centro agricolo del Subappennino marchigiano, nel cui territorio sono stati rinvenuti frequenti reperti archeologici risalenti all’epoca romana. Nel Medioevo Mogliano è appartenuto prima al ducato di Spoleto e in un secondo momento all’Abbazia di Farfa (fino al secolo XII°). Sbaragliato il campo da altri pretendenti se ne impossessò, quindi, la famiglia gentilizia dei Brunforte, che esercitò il proprio dominio fino quasi alla fine del XIV° secolo. Mogliano entrò poi a far parte dello Stato pontificio, seguendone le sorti. Dopo essere stato sede podestarile (1569) diventò città nel 1774. Diede i natali al pittore ed architetto Giuseppe Locatelli (1751-1828)
Mombaroccio fu della Chiesa che, in epoca medievale, l’infeudò ai marchesi d’Este. Nel 1285 passò a Rimini e con questa città fu con i Malatesta, gli Sforza ed infine i Della Rovere che l’infeudarono a titolo di marchesato alla famiglia Del Monte. Fu saccheggiato nel 1815 dalle truppe di Gioacchino Murat. Tra i personaggi che sono nati a Mombaroccio vanno ricordati Guidubaldo del Monte, matematico e fisico e il cardinale Giovanni Maria ciocchi (poi papa Giulio III°), teologo all’università della Sorbona.
Mondavio deriva il suo nome da “Mons avium” e cioè “monte degli uccelli”. Le prime notizie le abbiamo nel secolo XIV° quando fu elevato a capoluogo di Vicariato. Fu dei Malatesta di Fano (1314), tranne che per un breve periodo in cui fu del rettore della Marca per lo Stato Pontificio. Nel 1440, dopo essere ritornato alla Chiesa, venne conquistato da Francesco Sforza. Appartenne anche a Federico da Montefeltro (1462), ai Piccolomini, ai Della Rovere, ai Medici e nuovamente a Fano nel 1520. Dopo la morte di Leone X°, Francesco Maria della Rovere ne rientrò in possesso e da allora seguirà le vicende del ducato. tra i suoi cittadini illustri, Mondavio annovera Antonio tardoccio uomo d’arme alla corte di Massimiliano II° di Prussica, Antonio Seta, storico seicentesco e Alessandro Peroni musicista.
Il territorio comunale di Mondolfo, così come documentato nel 1085, trae origine da un distretto castrense. il più antico nucleo fortificato di Mondolfo fu Castelmarco (notizie dal 1152), che sembra basarsi su un impianto tardo-antico. Nel secolo XIII° si sviluppò il comune di castello per iniziativa dei “figli di Offo”, legati al monastero di San Gervasio come enfiteuti. Il ruolo guida assunto da detta famiglia prima nella formazione della signoria di castello, poi nella genesi del comune, determinò il cambiamento del nome del castello da Castelmarco a Mondolfo, in coincidenza con l’ampliamento della primitiva cerchia muraria. tale ruolo guida fino allo scorcio del secolo XIV°, quando Mondolfo fu concessa in vicariato ai Malatesta.
il castello di Monsampietro è stato fondato da Malugero Melo, figlio del Dragone normanno, conte della Puglie, nel 1061, sotto il pontificato di Alessandro II° (1061-1073). Malugero Melo sposò una certa Morica, da cui ebbe tre figli: Pietro, Elpidio, Rinaldo. Per l’amore che aveva per lei, diede ai tre figli il cognome di Morico e fondò, nel 1061, tre castelli che chiamò San Pietro Morico, Sant’Elpidio Morico, e Rinaldo Morico (gli attuali Monsampietro Morico, Sant’Elpidio Morico, e monte Rinaldo). Poche notizie storiche sono giunte a noi riguardo Monsampietro Morico. dai pochi documenti esistenti, risulta che nel 1317 il sindaco di Monsampietro Morico e monte rinaldo, Simone Mattei, fece atto di sottomissione al sindaco di Fermo, cedendo il territorio dei due castelli a detto comune.
Il nucleo abitato, costruito quasi a forma triangolare, sorge su un vaghissimo colle. Le prime tracce di vita umana risalgono alla preistoria. reperti testimoniano contatti avuti dagli insediamenti indigeni con la civiltà micenea (1250-1100 a.C.). La prima memoria scritta risale al 1031 anno in cui un ricco possidente, Giso di Alberto, donò alla Chiesa fermana metà del territorio di Monsampaolo insieme alla chiesa di San Paolo S. Corradi nella sua “Ortografia volgare”, edita a Roma nel 1646, fa risalire le origini di Monsampaolo alla venuta di un cavaliere francese, Monsù di san Paolo. Di certo, comunque, si sa che il territorio fu teatro delle lotte tra i vari signori locali. Nel XIII° secolo un signore, certo Rinaldo di Monsampaolo, sottomette il feudo di Ascoli. Nel 1425 fu devastato dalle truppe pontificie; successivamente fu coinvolto nelle lotte di potere fra le nobili famiglie ascolane.
Monsano (fino al 1863 il nome era Mosciano) sorge su un’altura isolata che domina la valle del fiume Esino, si sviluppò prevalentemente attorno al castello fatto costruire dalla famiglia gentilizia degli Esini agli inizi del 1200. Nel secolo XV° fu assalito e conquistato da milizie anconetane nel corso di interminabili guerre di confine. Poi passò sotto la giurisdizione di Jesi, alle cui vicende storiche rimase strettamente legato. L’importanza del centro del Subappennino marchigiano è testimoniata dalla relativa imponenza della cinta muraria di cui è possibile vedere ancora quattro torri, i cui resti sono piuttosto ben conservati.
Il territorio è frequentato si dall’epoca neolitica: piuttosto diffusi sono gli insediamenti di epoca picena e soprattutto romana, su cui si innesta la vicenda medievale. Enrico IV°, imperatore dal 1056, in un suo privilegio cita “Montem Altum”. Agli inizi del millennio la civiltà della cultura locale è attestata dagli Agostiniani e Francescani, insediati in due storici conventi e complessi monumentali. È del 1258 un’epigraferiferita al re di Sicilia Manfredi, nella Porta del Borgo di Patrigone. Nel 1320 è stato sociale organizzato, come è dato rilevare dal “Catastum Vetustior”. Risale al 1404 la distruzione del castello di Morula, presso Porchia. dal 1551 al 1585 rogano a Montalto bel 17 notai. Su questa realtà si inserisce l’azione di Felice Peretti, i cui antenati sono presenti e riconosciuti autoctoni a Montalto fin dalla fine del Duecento.
Ha un’origine e una storia comune a tutti i castelli della zona. Fu comune di “quarta classe” nel circondario di Montegiorgio, arcidiocesi e provincia di Fermo. Fin dall’anno 1055 passò sotto la giurisdizione dei vescovi di Fermo. Rinaldo di Monteverde lo assoggettò a sé e poi anche gentile da Mogliano non volle perdere questo fondamentale castello per la sua potenza. Patì distruzioni a seguito delle lotte fra Signori fin quando il ritorno sotto Fermo (verso il 1400) mise tutto a tacere. Da quel tempo in poi le vicende montapponesi furono legate a quelle fermane fino al Regno d’Italia.
Il toponimo del paese situato sulla parte sinistra della media valle del foglia, deriva forse da Mons Calvus per il fatto che il terreno argilloso lasciava speso queste zone prive di vegetazione. Il primo documento è del 1224 e si tratta di uno scritto di Ottone III° nel quale si riconosce la proprietà dei luoghi ai vescovi di Fossombrone che, a loro volta, infeudarono quei luoghi a Raniero di Taddeo.
Le più lontane notizie storiche risalgono al secolo XIII° Tuttavia queste notizie richiamano a fatti e vicende ben più antiche, prime fra tutte quelle riguardanti la Pieve che con ogni probabilità precede la formazione della comunità civile in castello e poi comune. Già all’inizio del Quattrocento emerge per importanza fra i castelli del ontado di Jesi, del quale fa parte sin dal 1248, anno della donazione che il cardinale Raniero, vicario del Papa, fece al comune di Jesi. Nel 1700 il comune assume un aspetto più decoroso mediante il restauro della cinta muraria che ha uno sviluppo di 625 metri, di alcune chiese, alcuni palazzi e un paio di conventi.
Montecassiano, la cui origine pare sia da ricollegare alla gens Cassia, di cui è stato rinvenuto un cippo funerario, in epoca romana si chiamava Helvia Recina. denominazioni successive sono state, prima del Mille Monte Santa Marìa, quindi, prima del nome attuale, Monte Santa Marìa in Cassino. I Primi cenni storici si riferiscono al 1100 e riguardano la signoria dei Cassiano, il paese passò successivamente sotto la giurisdizione dei monaci cistercesnsi di Chiaravalle e quindi sotto quella del vescovo di Osimo. Per concessione dei Papi fu sede podestarile, appartenne ai Malatesta e poi a Braccio di Montone. Saccheggiato dalle milizie degli Sforza, passò a Jesi. Diede i natali al pittore Girolamo Buratti.
Il nome di Monte Cavallo fu dato dai francesi dell’occupazione napoleonica alla comunità che nel medioevo era sorta sulle sparse frazioni di Monsampaolo. Il castello, poco sopra l’attuale capoluogo, faceva parte del feudo dei conti Baschi, uno stato ghibellino turrito con merlatura a coda di rondine, che nella prima metà del Duecento si estendeva in alcune valli del Chienti e del Nera. Nel 1227 i Baschi dovevano avere cittadinanza e potere a Camerino; tra il 1231 e il 1232 vendettero vari castelli al comune di Camerino che nel 1240 per ampliarsi distrussero quello di Giove, perno di dominio e difesa. Quando nel 1259 i ghibellini assalirono Camerino non mancò il tradimento dei Baschi. Ma tre anni dopo il castello di Monsampaolo fu riconquistato.
La storia di questo castello vede il dominio di alcune fra le più grandi famiglie italiane: dai Carpegna a Buonconte da Montefeltro che fece costruire la Rocca, nel 1228 il castello passò al comune di Rimini, il cardinale Albornoz lo conquistò da Sigismondo Malatesta nel 1448, Federo da Montefeltro ne ritornò in possesso nel 1464. Nel 1502 è Cesare Borgia a conquistarlo, due anni dopo fu in possesso dei Veneziani, restituito alla Santa Sede questa lo concesse ai Medici di Firenze e poi ai Della Rovere. Nel 1358 il cardinale Albornoz riorganizzando tutte le terre della Santa Sede, poneva nella Rocca la sede del Commissario Feretrano, il giudice dell’antico Tribunale del Montefeltro.
Monteciccardo è posto su di una collina a 380 metri sul mare. C’è discussione sulla etimologia del nome, perché chi lo vuole derivato dal Sicos greco per l’abbondanza di fichi, che da Siccardo re di Sicilia, che da Tricardo per i tre monti dello stemma; ma non occorre entrare in discussione perché lo stemma della comunità, riprodotto in un vecchio quadro nella chiesa della Misericordia, e raffigurante un cardo fiorito sul pi alto dei tre monti, fa ritenere che il nome derivi da Castrum Montis cardi, cambiato poi in Monte Ciccardo. Il vecchio castello, di cui ora rimangono pochi ruderi, era munito di torrioni e camminamenti coperti.
Montecopiolo è un comune in prevalenza montano solcato dal fiume Conca e dal fiume Mazzocco. L’altitudine va dai 450 metri di Mazzocco ai 1406 metri del Carpegna. Vi è un laghetto di 7.000 metri quadrati di origine glaciale. Questo centro fu donato da Ottone I° ai Carpegna e nel 1140 toccò ad Antonio che ne fu confermato da Federico Barbarossa. La Rocca resistette agli assalti dei Malatesta ma non a quelli dei Medici nel 1520 e fu distrutta. Si sviluppò quindi il borgno di Villagrande che fu aggregato a Montecopiolo nel 1816.
Montecosaro, centro subappeninico di origine medievale, sito su un’altura isolata sul versante sinistro della bassa valle del chienti, sostenne varie lotte con Civitanova per questioni di confine, cui pose fine un atto stipulato solennemente a monte Sant’Andrea nel 1487. Il piccolo centro ebbe il merito di non farsi fagocitare dal comune maggiore, sostenendo con fierezza i propri diritti con la diplomazia e con le armi. Nel 1407 Montecosaro fu assegnato in feudo al marchese Ludovico Migliorati, rettore delle Marche per conto della chiesa; e nel 1552 il paese andò in feudo a Giuliano Cesarini, investitura che venne confermata da papa Pio VI° e abrogata nel 1816 da Pio VII°
Sull’origine del paese non vi sono dati certi. Si è ritenuto, comunque, sorto verso la fine del secolo VI°, successivamente alla invasione longobarda. Nel 1039, con la ricca donazione fatta da Longino di Azzone (o Attone) ai monaci di Farfa nel Piceno, entrò a far parte dei possedimenti benedettini. Un sessantennio più tardi, l’abate Berardo III° (1099-1119), migliorò l’abitato e lo fortificò: facendone uno dei castelli più ragguardevoli della zona. Intorno al 1240, Montedinove subì l’assedio delle truppe mercenarie di re Enzo, comandante da Rainaldo d’Acquaviva, che nonostante i vigorosi assalti non riuscirono a conquistarlo con la forza.
Il paese appare, da qualunque parte si provenga, arroccato sul crinale terminale Sud del Monte Falcone, scuro di boschi. Verso sud-ovest la cresta montuosa cade a picco per oltre 200 metri sulla Valle dell’Aso, con una parete di arenaria dai tenui colori. Il profilo dei tetti è dominato in alto da una torre medievale quadrata dalle linee purissime, svettante sul cassero dell’antico castello. La torre, tutta in pietra, fu eretta dai fermani nel 1242, quasi al termine della lotta tra Imperiali e Sede Apostolica, quando Fermo ed Ascoli pensavano di annettersi i territori ed i beni farfensi di Santa Vittoria, di cui Montefalcone era uno dei centri più importanti. Feudo, quindi, dell’Abbazia di Farfa, fu libero comune nel 1214. È un paese di pietra, in gran parte costruito con materiali prelevati dalle antiche mura castellane. Resti delle stesse si affacciano imponenti ad oriente verso l’Aso.
L’origine di Montefano è oggetto di controversia tra gli studiosi. Nel corso del XIV° secolo, insieme ad altri castelli della zona, oppose fiera resistenza alle truppe di Gentile Varano, ma poi finì sotto la signoria dei Malatesta. Nel Quattrocento il borgo fu ceduto da Galeotto Malatesta allo Stato Pontificio e sempre nello stesso secolo dovette subire due devastazioni per mano dell’esercito della famiglia Sforza. Montefano venne poi compreso nella giurisdizione di Osimo e di Recanati, della quale si affrancò solamente XVI° secolo. Montefano annovera tra i personaggi illustri che in paese ebbero i propri natali il papa cinquecentesco Marcello Cervini.
Nel secolo XIII° si unì a Fossombrone, affrancandosi dal governo di Fano. Sarà poi il Valentino che le riunirà nuovamente al centro adriatico. Il castello venne danneggiato dai Fossombronesi e fu infeudato da guidubaldo della Rovere al conte Fabio Mandrini. In seguito seguirà le sorti di Fossombrone sino alla metà del XIX° secolo quando acquisterà autonomia amministrativa.
Centro di antichissimo insediamento umano (nei primi anni del ‘900 è stata scoperta una necropoli picena che si fa risalire al VII° secolo avanti Cristo) Montefiore, che sorge sulla dorsale che divide la bassa Valle dell’Aso, nel Medioevo fu a lungo conteso da Ascoli e Fermo. Dopo aver subito devastazioni e saccheggi (rispettivamente nel 1325 e nel 1387) ad opera dei due comuni maggiori Montefiore, che nel frattempo era entrato nell’orbita dello Stato Pontificio, si ribellò nel 1405 alle truppe papaline. Nel 1421 con un atto di indubbia equanimità i rappresentanti di fermo e di Ascoli firmarono a Montefiore un solenne impegno di pace. Conserva ancora una cinta muraria trecentesca con porte e sei torrioni.
Montefortino si eresse fieramente a comunità autonoma nel 1084, dopo essere stato annesso (IX° secolo) dea Carlo Magno al Comitato di fermo. Nel 1200 entrò a far parte del feudo di Monte Pasillo. Una volta riottenuta l’autonomia (1249), stretta alleanza con mandola, Montefortino mise in campo milizie in grado di sconfiggere le soldatesche di Manfredi nel 1261. Dopo oltre mezzo secolo di libertà Montefortino cadde di nuovo in possesso di Fermo, per venire infeudato nel 1395 ai possedimenti di Antonio Aceti, dei Varano (1416), di Nicolò Piccinino (1439), di Francesco Sforza (1442) e ancora di Fermo. Fu poi la volta di Ascoli ad impossessarsi del paese, che infine entrò a far parte dello Stato Pontificio. Nel 1586 papa Sisto V° lo incorporò nel presidio di Montalto.
Comune dell’Appennino Marchigiano sito nell’alta valle del torrente Fluvione, di Montegallo esistono una particolareggiata citazione ed alcuni riferimenti che risalgono addirittura all’VIII° secolo. Nel 1039 Montegallo passò sotto la giurisdizione dell’Abbazia di Farfa. In epoca successiva fu infeudato ai possedimenti dei conti del Marchio, per finire poi sotto Ascoli. subì una terribile devastazione ad opere delle milizie del vicino comune di Montelparo. Durante la Repubblica Romana e nel 1860 i montegallesi si armarono per combattere in difesa del governo pontificio. Una scelta fortemente contrastata da buona parte (quella più colta) degli abitanti del paese.
Cinto da ben conservate mura trecentesche, adorne di quattro torrioni e una porta ogivale Monte Giberto è un centro agricolo dell’Appennino marchigiano che sorge su un’altura dominante la valle del fiume Ete Vivo. L’abitato si distingue per essere a pianta compatta, geometricamente ordinata e straordinariamente simmetrica rispetto alla piazza della chiesa parrocchiale. Monte Giberto divenne possedimento dell’Abbazia di Farfa, per passare nel 1200 a Fermo, di cui condivise le alterne fortune per circa due secoli. Nel 1407 fu conquistato dalle soldatesche del vicelegato della Marca e di Berardo Varano.
Resti archeologici rivelano l’esistenza di un insediamento umano fin dalla preistoria. Il paese, nella sua forma attuale ebbe il suo sviluppo intorno all’anno 1000 ad opera principalmente dei monaci benedettini la cui influenza fu sentita a Montegiorgio almeno fino al secolo XVI°. Nel 1229 Montegiorgio ottenne da Federico II° l’esenzione dalla dipendenza da Fermo, la facoltà di procedere nelle cause civili e penali e la giurisdizione sui castelli di Alteta, Cerreto, Francavilla, Magliano di Tenna, Monte San Pietrangeli, Monteverde e Rapagnano. Sempre nel secolo XIII° una fiorente colonia ebrea, proveniente da Firenze ed esperta nella lavorazione del cuoio e dei pellami, favorì lo sviluppo dei commerci. La popolazione fu sempre ghibellina e perciò il paese sostenne numerose lotte con Fermo Papale.
Montegranaro è un grosso centro della provincia di Ascoli Piceno, a 279 metri sul livello del mare, compreso tra i fiumi Chienti a nord ed il fiume Ete a sud. Se la tradizione ne vanta l’origne romana e ne tramanda il nome Veregra, nei documenti Montegranaro compare per la prima volta nel secolo IX° (829), e precisamente nel Chronicon farfense che cita “In Monte Granario ecelesiae tres” (le chiese sono quelle di San Pietro, Santa Marìa in Montaspice e Sant’Ugo). Libero comune nel secolo XIII°, nel 1387 divenne feudo della famiglia veneziana degli Zeno. Nel 1443, dopo il saccheggio del Piccinino, passa sotto il dominio degli Sforza e quindi sotto lo Stato Pontificio, dominazione che durerà fino all’unificazione d’Italia.
Montegrimano è ubicato lungo l’alta valle del Foglia su di una collina intorno ai cinque, seicento metri di altitudine. Possiede sorgenti d’acque curative alcaline, salsobromoidiche e sulfuree. Il paese è citato in documenti già prima del Mille (donazione di Ottone I°) come Mons Germanus. Venne poi fortificato da Nolfo figlio di Ulderico di Garpegna. Dopo l’Albornoz fece parte di una delle cinque podesterie della Romandiola Feltresca con Macerata, San Leo, Montecerignone e Pennabilli. Per tutto il secolo XV° fu conteso tra Feltreschi e Malatesta e solo nel 1460 andò definitivamente agli urbinati. Seguirà poi le vicende comuni agli altri centri del pesarese.
Il territorio comunale di Montelabbate si trova in pianura medio collinare con altitudine variabile. Alcune lapidi e avanzi di un’ara testimoniano che il territorio era abitato anche in epoca antichissima. Il nome deriva dall’abbazia benedettina di San Tommaso in Foglia fondata verso l’anno Mille dal Vescovo di Pesaro (Castro Montis Abati). Fu dei Malatesta che fortificarono il castello e quindi passò ai Montefeltro che lo infeudarono ai Leopardi nel 1540 e a questi rimase sino al 1804 a titolo di contea.
Centro agricolo dell’alta valle dell’Ete Vivo, il nome del paese nel medioevo era di Mons Ligumi e faceva parte, come tanti altri piccoli centri vicini, dell’Abbazia di Farfa. Nel 1251 Monteleone si diede spontaneamente a Fermo. Un atto di sottomissione ispirato anche dal desiderio di sentirsi protetto dal comune maggiore. Restano importanti avanzi della rocca duecentesca, tra cui un imponente torrione esagonale.
Etrusca o pelagica, certo è che Montelparo si trova al centro di una zona archeologica fra le più estese ed interessanti. I suoi rinvenimenti litici e le sue tombe ricche di materiale di bronzo, di ambra e di ferro, testimoniano la successione delle genti che vi hanno dimorato. L’origine dell’abitato può farsi risalire ai secoli VII° e VIII°, quando un condottiero longobardo di nome Elprando od Eliprando, vi costruì un castello. L’antico nome era, presumibilmente, Monte Elprando, dal quale, per una contrazione, assai diffusa nelle antiche scritture, è derivato l’attuale abbreviativo di Montelparo. Verso il 1200 si eresse a libero comune con statuti propri, a forme democratiche. Al tempo delle lotte tra guelfi e ghibellini, fu guelfa; ebbe molti ed importanti indulgenze e privilegi dai vari pontefici e fra essi di particolare importanza, oltre la Bolla di Niccolò IV° del 1290, il riconoscimento di papa Urbano VI° del 1379, nel quale è detto che i castello di Montelparo non doveva mai essere assoggettato o dato in feudo. Tutti i privilegi furono ampiamente confermati da un decreto del cardinale di Aquileia del 1445.
Le ipotesi degli studiosi sono discordi sulle origini che si confondono tra storia e leggenda. Si sostiene da alcuni che Montelupone sia stato fondato da un compagno di Ercole Libico che. dispersosi dai suoi compagni in seguito ad una tempesta, approdò nel tratto di Mare Adriatico compreso tra Potenza Picena e Portorecanati dando così origine ai centri di Recanati, Portorecanati, Monte Santo e Montelupone. Di contro gli altri sostengono che Montelupone abbia avuto la sua origine da una famiglia romana Lippa i cui discendenti Lippo e Lupo fondarono, in anno imprecisato, questo paese. È da ritenere che questa seconda ipotesi possa essere più vicina al vero. Montelupone nel periodo storico delle invasioni barbariche del Piceno subì le varie invasioni iniziatesi nel 408 con Alarico.
Montemaggiore al Metauro è situato in una posizione geografica arroccata su un colle alla destra del fiume Metauro. Il castello dal quale si sviluppò poi il borgo è citato fin dal 777 e seguì le vicende storiche di Fano e Mondavio. Nel 1462 fu occupato da Federico da Montefeltro, ma nel 1520 tornava già a Fano, un centro al quale risulta legato a filo doppio nello sviluppo e nell’evoluzione del paese.
DA tutto singolare l’origine di Montemarciano. Il centro abitato è lievitato attorno all’antica rocca, ma lo sviluppo vero e proprio è stato favorito da un insediamento di Dalmati al servizio del duca di Urbino, che li usò come manodopera a basso costo per lo sfruttamento delle saline di Senigallia. Dapprima sotto la signoria di Sigismondo Malatesta, per disposizione di Pio II° divenne feudo nel 1463 dei Piccolomini, cui rimase per 120 anni. Nel 1580 papa Gregorio XIII° ordinò la distruzione della rocca. Dominio per breve tempo di Ercole Sfrondati, entrò a far parte dello Stato Pontificio, seguendone le vicende storiche, sul finire del 1500.
È così chiamato perché su questa altura avevano trovato rifugio i monaci benedettini, primi colonizzatori delle nostre zone montane, quando le terre incolte e le fitte foreste si mutarono in fertili campi con colture adatte all’asprezza del clima. Verso la fine del secolo XIII° i vari nuclei rurali autonomi disseminati ai piedi dei monti Sibillini per convenzione, si unirono e si costituirono in libero comune. proclamarono come loro capoluogo Montemonaco, “Monte del Monaco”, l’altura al centro del territorio, facile da difendersi, primo nucleo radiante spiritualità e civiltà. A difesa delle loro libertà i montemonachesi costruirono le massicce mura castellane, intervallate da robusti torrioni.
Monte Porzio è situato sulle colline del versante sinistro della bassa valle del Cesano. Seguendo la lezione di Alberto Polverari non bisogna confondere Monte Porzio con l’antico “Acstrum Montis Podii” che venne infeudato dagli abitanti di San Lorenzo in Campo a Guido conte di Miralbello, nel 1428. Monteporzio fu sempre uno staterello indipendente che nel 1431 passò alla famiglia Montevecchio. La signoria ebbe i suoi regolamenti e i suoi statuti e sopravvisse sino all’arrivo di Napoleone.
Forse fondato dai profughi dell’antica città di Truentum, Monteprandone entrò a far parte nel 1292 dei territori di Ascoli Piceno. È patria di San Giacomo della Marca (1394 – 1476) e del pittore Carlo Allegretti (secoli XVI – XVII). Il paese gode oggi di un incantevole panorama sia verso i monti che verso il vicinissimo mare. La parte antica del paese conserva intatte le caratteristiche dei secoli passati. Oltre le mura castellane domina il verde dei pini e di ombrosi viali. Giù per la collina fino alla pianura si estendono ricchissimi vigneti che danno il nome a pregiati vini doc. Il paesaggio che spazia dal mare ai monti lungo tutta la vallata del Tronto, la storia, l’arte e il folklore, le attività economiche, hanno conservato in questo paese i valori tradizionali della vita agreste.
Monterado, centro agricolo del subappennino marchigiano, nacque come borgo fortificato nel Medioevo, ed ebbe, fin dagli inizi, una storia intimamente intrecciata con quella di Senigallia, Ripe e Castel Colonna. Il momento di maggior gloria lo conobbe quando si proclamò comune; quindi passò sotto la giurisdizione della Chiesa, per subire nel corso del secolo XV° le signorie prima del Maltesta, quindi del Piccolomini e dei Della Rovere. Quando, nel 1600, cadde il ducato di urbino, Monterado tornò sotto il dominio diretto dello Stato Pontificio, fu sottoposto a un commissario del Papa e face parte della delegazione di Pesaro e di Urbino. Nel 1818 il ritorno definitivo sotto i Papi.
monte Rinaldo fu edificato da un nobiluomo normanno nel 1061. Sul territorio però esistevano già segnali del processo di romanizzazione subito da Piceno tra il III° ed il I° secolo avanti Cristo, come testimoniano i resti trovati a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta nella zona del comune. Monte Rinaldo, situato sul fianco di un’alta collina della media valle dell’Aso, è ricordato poi nel 1063 tra i possedimenti del vescovo di Fermo. un paio di secoli più tardi, il paese si sottopose in modo spontaneo a Fermo, seguendone successivamente il cammino storico. Agli inizi del Quattrocento Monte Rinaldo f occupato poi da Carlo Malatesta.
Risale all’epoca Picena il primo insediamento demico di monte Roberto: in località Noceto è stata infatti scoperta una necropoli dell’VIII° secolo a.Cristo insieme a materiale romano. Il paese, attualmente centro a economia agricola del subappennino marchigiano situato sul versante destro della valle dell’Esino, è stato borgo fortificato in epoca Medievale. Posto sotto la giurisdizione di Jesi, seguì le sorti del comune maggiore. Mote Roberto ha statuti comunali che risalgono alla metà del ‘400 e una storia di piccole battaglie confinarie con gli altri comuni della zona. una parziale autonomia amministrativa, prima di entrare a far parte dello Stato pontificio, era riuscito ad ottenerla da Jesi.
Al pari della maggior parte dei comuni della zona Monterubbiano in epoca preromana è stata un centro di insediamento demico piceno, come dimostra il rinvenimento di un necropoli databile attorno al V° secolo a. Cristo. Divenne quindi colonia romana con il nome di Urbs Urbana. Nel V° secolo fu raso al suolo dai Goti. Le prime citazioni altomedievali risalgono al X° secolo, e fanno riferimento a Urbiano e Orviano come possedimento dell’abbazia di Montecassino e in un secondo momento a quella di Farfa. Dopo aver subito saccheggi e devastazioni nel 1175 e nel 1182, Monterubbiano passò sotto la giurisdizione di Fermo nel 1258. Nel 1586 papa Sisto V° aggregò Monterubbiano al presidiato di Montalto. Vi vide la luce il pittore Vincenzo Pagani.
Centro agricolo e industriale del Subappennino marchigiano, Monte San Giusto rivestì una certa importanza nel XIV° secolo: nel 1387 fu sede podestarile per beneficio di Bonifacio IX°. UN secolo prima prese parte a diverse leghe, combattendo in un primo momento a fianco di Fermo contro le milizie anconetane (guerra che terminò con la pace di Polverigi nel 1202), alleandosi quindi con Ancona, Ascoli e Senigallia contro Macerata e Jesi. Lo sforzo bellico probabilmente superiore a quello che il centro di modeste dimensioni potesse permettersi, ne limitò per sempre le possibilità di sviluppo. Nel 1387 fu sottoposto al governo diretto dello Stato Pontificio, seguendone le vicende storiche.
Si può far risalire le origini di questo comune all’epoca romanica, basandosi su ritrovamenti archeologici numerosi fra i quali monete, vasi, armi e tombe soprattutto lungo le vie principali. C’è chi dice che in origine la terra era abitata da una colonia di Piceni, qui stabilitisi in seguito alla sconfitta subita da parte di Strafone e chi la ritiene diretta dipendenza dell’antica Faleria quale luogo di villeggiatura dei patrizi. Durante le invasioni barbariche divenne quartiere dei Franchi, cambiando il nome di Arse Ruventana in Monte San Martino. Cinto di mura, nel Medioevo prese parte alle lotte tra guelfi e ghibellini tenendo le parti dei primi, cosa che gli valse, da parte dei pontefici, concessione di privilegi, non ultimo quello di essere governato da propri signori.
Mone San Pietrangeli sorge su un colle alla destra del torrente Ete Morto, su un crinale che si snoda tra le valli del Chienti e del Tenna. La configurazione dell’abitato è particolare perché ricalca quella del terreno di insediamento. Del primo nucleo abitativo si ha notizia attorno al 1080, anno di fondazione del convento dei monaci di San Pietro di Ferentillo. Quasi un secolo dopo Federico I° lo diede in dono al Capitolo della cattedrale di Fermo.
Non si hanno notizie positive sulla prima esistenza di Monte San Vito, denominato anche Monte San Pietro, volendo la tradizione del paese eretto sugli avanzi di questo castello, demolito in occasione delle vandaliche e gotiche incursioni nell’Italia. Si ritiene però di assai remota origine e se ne ha una conferma nella sua materiale struttura delineata in diversi antichi quadri rappresentanti il protettore San Vito. Fino al 1177 pare che sia stato costantemente sotto il regime di Ancona ed abbia partecipato agli avvenimenti di tutta l’anconetana giurisdizione. Sullo scadere di quell’anno l’imperatore Federico I° lo dichiarò libero dalla signoria di Corrado, marchese di Ancona, e i suoi successori, e soggetto al solo Impero, estendendogli il dominio sopra i castelli di Moruco, Orzolo, Alberello, Morro, Sammarcello, Antico Marciano, Lucano e sopra l’isola di Ammazzagatta di parte dei quali rimane ora la sola memoria e il nome; di più ampliandogli il territorio sino al mare, meno i beni appartenenti all’abbazia di Chiaravalle. Morto Federico I°, Monte San Vito fu sottomesso a Sinigaglia e da questa nel 1213 ceduto a Jesi.
Monte Urano è uno dei tanti comuni di origine medievale edificati sulle alture dei colli degradanti sulla costa adriatica. Viene per la prima volta citato in un documento del 1055 in cui appare come uno dei cinque castelli della cattedrale di Fermo. Dopo aver tentato nel 1301 di costituirsi a libero comune, è di nuovo indicato nel 1357 nella “Descriptio Marchiae Anconitanae” come possedimento della città di Fermo tra i “cstra ultra tomiam”. Durante il governo napoleonico fa parte del Dipartimento del tronto e nel 1816 è incluso nella delegazione di Fermo come sede di Governatorato.
A dare il nome al paese sembra sia stato uno dei tanti scontri confinari in cui sono stati coinvolti per tutto il medioevo e buona parte del Rinascimento i centri del Subappennino marchigiano, prima possesso delle grandi abbazie (tipo quella di Farfa), poi di capitani di ventura, quindi dei comuni maggiori e infine dello Stato Pontificio. La storia di Monte Vidon Combatte non è dissimile da quella degli altri paesi contermini. A testimoniare lo spirito guerriero dei suoi abitanti restano tracce delle antiche fortificazioni, gran parte della cinta muraria, tutto in discreto stato di conservazione, con attigua porta a doppio forno che dà sul centro storico. il paese ha dato i natali ad Aurelio Rossi, eroico combattente della prima guerra mondiale, esploratore africano e scrittore.
Centro del subappennino marchigiano, sorge su un contrafforte delle colline che fan da spartiacque tra la bassa valle del fiume Tenna e l’alto bacino del torrente Ete Morto. Una dedizione spontanea a Fermo: questa la prima notizia storica risalente a Monte Vidon Corrado. Un documento del 1300 racconta dell’atto di sottomissione degli abitanti del piccolo centro, che così cedettero di mettersi al sicuro dalle scorrerie dei paesi vicini e da quelle delle milizie di ventura. Nel 1398 il paese fu tuttavia assalito e saccheggiato dal conte di Carrara, per essere occupato nel 1413 da carlo malatesta e vent’anni dopo da Francesco Sforza. Seguì successivamente le vicende storiche del comune di Fermo e poi quelle dello Stato Pontificio.
Montottone fu originariamente un vicus o pagus delle antiche colonie di Faleria o Fermo. Nel Medioevo uno dei tanti castelli disseminati nel Piceno, edificati sotto le dure condizioni di tempi dispotici in cui il diritto era nella forza e la legge nella prepotenza, durante le invasioni dei Saraceni, dei Normanni e nel periodo delle fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. Il paese ha una storia illustre: nel 1191 i monaci Benedettini furono investiti, da papa Celestino III°, del dominio temporale e spirituale su Montottone; nel 1221 fu ceduto a Pietro IV°, vescovo del Fermano; nel 1397 i montottonesi si ribellarono ai fermani; nel 1404 passò sotto il dominio del Migliorati di Cesena. Dopo la morte del Migliorati si assoggettò al rettore della Chiesa della Marca e nel 1433 allo Sforza.
Sull’origine del paese mancano notizie sicure. Secondo alcuni sono stati i Mori provenienti dall’Adriatico a stabilirsi in queste contrade e a costruire, per consolidarsi, il munito castello di Moresco: da qui il nome. Secondo altra tradizione più attendibile, a costruzione risalirebbe al V° secolo e furono i Fermani a costruire il castello per difendersi dagli assalti dei barbari. Il primo documento che si ha è del 1248, anno in cui il paese è assegnato alla giurisdizione di Fermo dal cardinale Ranieri, vicereggente del papa Innocenzo IV° nelle Marche. Il paese è stato sempre aggregato ai comuni vicini più grandi e importanti, fino a quando nel 1910, è stato costituito in comune autonomo da re Vittorio Emanuele III°.
Morro d’Alba ha origini lontanissime. La sua esistenza storica è accertata attorno all’anno Mille, ma le sue campagne, le zone dell’attuale territorio comunale, risultavano già abitate in epoca romana. Ad attestarlo è un medaglione aureo che riporta la scritta ricostruita “Thoedoricus pius princeps invictus sempre”, rinvenuto in una tomba a Sant’Amico, nelle vicinanze del paese. Il medaglione oggi è conservato presso il Museo delle Terme di Roma. Il toponimo sembra ricordare la “mora” o cippo di confine sull’”alba” o colle, che segnava la separazione tra i comitati medievali di Jesi e di Senigallia. Nel 1861 al nome Morro venne aggiunto il termine Alba per evitare omonimie con altri centri del nuovo Stato.
Sorto come borgo fortificato nel Medioevo, Morrovalle prese parte alla pace di Polverii che nel 1202 sancì per diversi anni la fine delle ostilità tra le città marchigiane. Legato alla fazione ghibellina, il paese durante il 1300 dovette subire devastazioni per le controversie sorte con Civitanova e con il rettore della Marca. Nel 1400 fu assediato da re Alfonso d’Aragona, che dopo averlo occupato distrusse un forte per dare un motivo agli abitanti che avevano osato resistergli. Successivamente, in linea con le vicende storiche di Macerata, fu conquistato dalle milizie di Francesco Sforza per poi passare sotto la giurisdizione diretta della Santa Sede.
Muccia è nata come centro di passaggio della dtrada Flaminia, dove i viaggiatori sostavano. Durante la signoria dei Varano, Muccia era sede di un importante mulino da cui la gente traeva sostentamento. Sempre durante la signoria dei Varano, il castello venne ampliato dopo alcuni saccheggi ed ora ne rimane ben poco. Il castello di Giove è stato totalmente distrutto, mentre quello di Massaprofoglio, che in quei tempi era una importante masseria, è in via di ristrutturazione. Il primo statuto comunale sembra risalire all’epoca napoleonica. Non si hanno notizie certe su questo a causa di un incendio che ha distrutto l’archivio del comune.
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